Parole, parole, parole… soltanto parole?

donald-j-trump-1271634_640Le parole sono importanti… urlava Nanni Moretti in una memorabile scena di Palombella Rossa. Ebbene, questo è tanto più vero per i discorsi di insediamento dei presidenti americani. L’ultimo in ordine di tempo, quello pronunciato ieri dal neoeletto Donald Trump si è sicuramente ritagliato un posto nella storia, non per l’eloquenza o la profondità di pensiero che (non) vi sono implicite, ma per la sua inusuale ruvidezza.

Chi si aspettava toni concilianti, ecumenici, presidenziali, è rimasto deluso. Il 45° presidente degli Stati Uniti si è insediato ribadendo idee e slogan che hanno contraddistinto la campagna elettorale e che lo hanno portato alla Casa Bianca. Le idee sono quelle di un’America pronta a richiudersi nei propri confini, all’insegna del protezionismo e di una mutata azione geopolitica, appiattita sulle esigenze di un esasperato nazionalismo. Trump, in buona sostanza, si è rivolto a quella metà del paese che lo ha votato, non mostrando alcuna volontà di rimodulare la propria retorica in ragione della carica istituzionale che è venuto ad assumere. Gli slogan sono quelli che vedono il popolo contro l’establishment, plasticamente rappresentato dalle ex-coppie presidenziali e dagli altri politici e autorità presenti all’inaugurazione, molti dei quali ripresi dalle telecamere in sorrisi d’ordinanza, tirati, abbozzati su maschere altrimenti attonite. Il presidente miliardiario con il suo entourage di magnati e militari pronti a insediarsi nelle posizioni chiave del governo rappresenterebbero la riscossa del popolo sulle elites, ree di essersi arricchite sulla pelle del cittadino medio, bah.

Le idee e gli slogan cui ci ha ormai abituato Trump sono stati sciorinati con piglio quasi rancoroso e sono stati infarciti degli usuali riferimenti sacri, cari all’immaginario collettivo americano, in misura ridondante (tale persino per un discorso presidenziale, che di norma contiene quei riferimenti, a prescindere da chi sia il presidente di turno). Trump si atteggia a nuovo unto del Signore  – nel solco di Gesù e di Silvio Berlusconi – venuto a salvare il popolo americano dalle elites, dai migranti, dai terroristi e dalla globalizzazione. Parafrasando Brecht, verrebbe da dire: sventurata la terra che ha bisogno di messia!

The trump(et)s resound

Chi abbia una pur vaga conoscenza del Libro della Rivelazione avrà colto l’ironia. Non credo nei presagi ma il clima che si respira è quello di un’imminente apocalisse, stando alle analisi e ai commenti che sono seguiti all’elezione di Donald Trump.

donald-j-trump-1271634_640Il 9 novembre la terra ha continuato a girare, questo è pacifico; rimane il dubbio che il suo moto abbia preso un’altra direzione. I toni esasperati della campagna elettorale americana hanno indotto tanta parte del pubblico di analisti a trascurare gli aspetti meno folkloristici del fenomeno Trump, riconducibili alle tensioni che accomunano i fondamentali economici e politici di tutte le democrazie occidentali. Quegli stessi aspetti, se analizzati con maggiore attenzione, avrebbero mitigato la sorpresa con la quale è stato accolto il risultato dell’elezione. Le analisi fornite ex post sono – come sempre – molto più convincenti delle speculazioni (come definirle altrimenti) fatte ex ante. Vediamo di operarne una sintesi.

Negli Stati Uniti come altrove i costi della globalizzazione sono ricaduti in maniera diseguale se non addirittura iniqua sulla popolazione. E’ probabile, come sostengono ancora molti economisti, che i benefici della globalizzazione continuino, in aggregato, ad eccederne i costi; tuttavia l’iniquità con la quale questi ultimi vengono ripartiti sui diversi segmenti della società, unita al fatto che molti dei benefici vengono ormai dati per scontati, fa sì che una parte sempre più consistente dell’elettorato vada in cerca di proposte politiche altre. Negli Stati Uniti l’alternativa ha assunto le sembianze del magnate newyorkese, e poco importa che egli abbia spazzato via il politicamente corretto, per dirla con un eufemismo; tutela del lavoro e del reddito attraverso politiche protezionistiche, questi i propositi che hanno fatto breccia nell’elettorato.

La spinta al ripiegamento viene anche dalla pressione dei flussi migratori, foriera di problemi ancora una volta economici, oltreché sociali. Di fronte a quella pressione (sia oggi più intensa nei fatti o solo nella percezione) il candidato Trump ha promesso maggior controllo dei flussi: un’altra freccetta andata a segno. Che dire poi del caos geopolitico che ha seguito la fine della storia (per dirla con Fukuyama)? Dopo i tentativi di multilateralismo targati Clinton e Obama e la parentesi di rinnovato interventismo di marca Bush jr (che tanti danni ha fatto) il presidente eletto è deciso a riportare in scena un classico del repertorio USA: l’isolazionismo. Laddove i fatti seguissero alle parole, si aprirebbero parecchie incognite: Medio Oriente, Est Europa, Mediterraneo. Un disimpegno statunitense metterebbe l’Unione Europea nella condizione di dover decidere cosa fare da grande… per qualcuno questo potrebbe persino rivelarsi un bene. Al Cremlino, nel frattempo, ci si frega le mani, nel constatare lo scenario che si staglia all’orizzonte: un’America meno presente e un’Europa ripiegata su se stessa, impegnata nello sforzo di non implodere. Questo scenario ben si concilia con la rinnovata politica di potenza russa. E’ improbabile che l’elettore medio americano si sia interrogato su questioni di geopolitica, gli è bastato sentirsi dire: occupiamoci dei problemi di casa nostra e di quelli che vi esulano solo nella misura in cui incidano sui nostri interessi… bingo!

donald-trump-1332922_640Torniamo all’Europa. L’elezione di Trump è stata letta in continuità con la Brexit e con l’ascesa dei movimenti populistici nazionali. E’ una lettura condivisibile? Sebbene ogni fenomeno vada valutato nel suo contesto e occorra tener conto delle specificità che lo contraddistinguono, non si può fare a meno di riscontrare un minimo comune denominatore. Sono gli effetti indesiderabili della globalizzazione e dell’attuale modello economico – emersi con prepotenza all’indomani della crisi finanziaria – ad avere innescato le pulsioni elettorali che covavano sotto le ceneri della rappresentanza politica tradizionale.

L’elezione di Trump ci fornisce dunque una lente per decifrare le tendenze all’opera nelle nostre democrazie, poiché essa ne rappresenta, ad oggi, il culmine. Va da sé che quella stessa lente può aiutarci a mettere a fuoco le possibilità che si aprono all’interno dei nostri e di altri confini nazionali. In Francia come in Italia i partiti non allineati su posizioni tradizionali guadagnano terreno, e poco importa che essi abbiano una vera alternativa da proporre, fin quando non saranno chiamati a governare potranno godere della posizione di vantaggio che offre il ruolo di mera opposizione. Quello che è cambiato con l’elezione di Trump – e in qualche misura anche con la Brexit – è che i partiti in questione non sembrano più necessariamente destinati al ruolo di antagonisti. Non a caso quegli stessi partiti hanno celebrato la vittoria del candidato repubblicano, incarnazione delle mutate dinamiche elettorali che potrebbero sancire la loro chance di smettere i panni dell’opposizione e puntare dritti al governo.

L’eco dell’elezione americana è destinata a risuonare a lungo.

Sovrastruttura | American phenomæniac

E il Nobel per la letteratura non va a… (suspense ma non troppa) Philip Roth.

Ogni anno attendiamo che il caro vecchio Roth riceva l’ambito riconoscimento e ogni anno ci interroghiamo sulla mancata assegnazione, dicendoci che in fondo tale circostanza non scalfisce il culto che ne hanno i lettori, semmai il contrario. Si tratti di un’idiosincrasia svedese verso gli scrittori americani, rei di provincialismo (stando a quanto espresso da un membro dell’Accademia qualche anno fa), o di un complotto giudaico ai danni dell’apostata (una tesi buona per tutte le stagioni), fatto sta che ancora una volta l’autore di Pastorale Americana non si è visto attribuire il premio. Quest’anno lo smacco è duplice: il nobel per la letteratura è andato sì a un americano, ma a un più noto rappresentante dell’universo a stelle e strisce, caro a un’altra musa, Bob Dylan. Trattasi di una scelta singolare, che ha visto l’immediata creazione di opposte fazioni: entusiasti e critici. Ebbene, da buon lettore di Roth, ebbro di cinismo, ritengo che una scrollata di spalle sia sufficiente.

Di estremo interesse, invece, sarebbe conoscere l’opinione di Roth sulla pièce che sta andando in scena sul suolo americano, dove la maschera berlusconiana, orgoglio made in Italy, ha preso i tratti di un omone biondo, dal ciuffo ribelle, un presunto self-made man in salsa newyorkese decisamente sopra le righe che potrebbe diventare il 45° presidente degli Stati Uniti.

uncle-sam-29972_640Non sono certo la prima persona la cui mente, posta di fronte alle odierne vicende, sia andata a ripescare un’immagine, un frammento, un’impressione lasciata da un romanzo di Roth. Quella dei più è andata a Il complotto contro l’America, romanzo in cui Roth delinea una storia alternativa a quella reale (un esempio di ucronia). Alle elezioni presidenziali del 1940 l’outsider Charles Lindbergh, il noto aviatore di idee antisemite, irrompe nella campagna elettorale, riesce a guadagnare la nomination repubblicana e a raggiungere la presidenza. Di lì tutta una serie di conseguenze sul piano delle alleanze internazionali, sul corso della Storia e soprattutto sul destino degli ebrei residenti negli Stati Uniti, rappresentati, in particolare, dal microcosmo della solita Newark. Qualcuno, a posteriori, vi ha letto un presagio, tracciando un parallelismo tra il Lindbergh del romanzo e il Trump dei nostri giorni, due outsiders pronti a rompere gli schemi e a cavalcare istanze populiste e xenofobe.

La mia mente è andata invece a La macchia umana, romanzo che personalmente ho preferito anche al più celebrato – per ragioni che mi sono comunque evidenti – Pastorale Americana. Il sipario si apre sull’estate del 1998, nella quale l’affaire Lewinsky domina la scena, l’estate in cui «[…] il pene di un presidente invase la mente di tutti e la vita, in tutta la sua invereconda sconcezza, ancora una volta disorientò l’America. […] l’estate di un’orgia colossale di bacchettoneria, un’orgia di purezza nella quale al terrorismo – che aveva rimpiazzato il comunismo come minaccia prevalente alla sicurezza del paese – subentrò, come dire, il pompinismo, e un maschio e giovanile presidente di mezza età e un’impiegata ventunenne impulsiva e innamorata […] ravvivarono la più antica passione collettiva americana, storicamente forse il suo piacere più sleale e sovversivo: l’estasi dell’ipocrisia»*. Ah, questo è Philip Roth! Capirete – se non lo aveste già fatto – perché ritenga che sarebbe di estremo interesse scambiare quattro chiacchiere con l’autore e avere una sua impressione sulla campagna elettorale americana. Quella stessa America, che per poco non ha destituito Clinton, è oggi a un passo dall’eleggere il milionario che si vanta di proporsi all’altro sesso afferrandone spavaldamente la vagina. Tra lui e la Casa Bianca solo un ostacolo: la moglie dell’allora “giovanile presidente” che con ferrea, cinica, spietata lungimiranza, perdonò il consorte e ne difese l’integrità: giacché il buon Bill era in buona fede quando affermò di non avere avuto rapporti sessuali con la stagista… egli derubricava l’accaduto al rango di un sub-rapporto, pompinismo direbbe il nostro mancato Nobel. Sembra la trama di un romanzo ma è tutto vero, è vita vera, come quella che sgorga dalle pagine di Roth, vera… o comunque verosimile, cruda, non bianca e nera ma grigia, per dirla parafrasando un altro grande mancato nobel, Graham Greene. Rileggiamo Roth e aspettiamo trepidanti il finale di stagione delle presidenziali americane.

*Roth, P. (2010). La macchia umana. Einaudi.