Conclusa la lettura di un lungo romanzo si rimane sempre un po’ spiazzati, sia che la trama si risolva in maniera compiuta, sia che essa rimanga in qualche modo sospesa. In generale si è colti da una sorta di malinconia, la sensazione che si prova di ritorno da un lungo viaggio. Non potrebbe essere altrimenti. La bellezza di un romanzo lungo sta nella profondità che esso regala al lettore, l’opportunità di entrare lentamente nell’universo creato dall’autore e di farlo proprio. Conclusa la lettura si esce da quell’universo, vi si lasciano volti, storie, luoghi divenuti ormai familiari.
Infinite Jest è certamente tra i romanzi ai quali si addicono queste considerazioni. Benché esista una trama, un nucleo narrativo che tiene insieme l’intera impalcatura, la storia si dipana – meglio sarebbe dire si confonde – in un groviglio di innumerevoli storie che rendono talvolta ardua la lettura, ma che conferiscono profondità alle vicende e ai personaggi che popolano il romanzo. Non una lettura facile, evidentemente, ma arrivati in fondo si ha la sensazione che ne sia valsa la pena. Un romanzo lungo e contorto, diventato cult, uno spaccato della società americana, uno sguardo parossistico nelle pieghe dell’individualismo a stelle e strisce – paradigma antropologico ormai globale – portato alle estreme ancorché logiche conseguenze di un edonismo patologico, pervasivo e nichilista.
E’ il caso di dire che la lunghezza di un romanzo non gioca sempre a favore, anzi, il più delle volte è vero il contrario. Il rischio è che la trama manchi di coerenza, che la tensione narrativa si perda nei rivoli di oziose sotto-trame. D’altro canto non è detto che le storie debbano essere lunghe per lasciare il segno. Se è vero che Céline, Mann o Dostoevskij – per fare qualche nome – ci hanno regalato esempi di romanzi in cui il dilatarsi della trama è quasi una condizione necessaria affinché il lettore sia lentamente calato nella dimensione emotiva ed esistenziale del protagonista, è altrettanto vero che esistono esempi di romanzi non così lunghi ma non meno potenti nell’insinuarsi subdolamente nell’inconscio del lettore, come dimostrano alcune opere di Kafka.
La verità è che a sfidare il tempo sono i romanzi nei quali ben si riflettono gli spettri della condizione umana, quella storica e ancor più quella meta-storica. In quale delle due dimensioni abbia fatto breccia Wallace sarà proprio il tempo a dircelo.


Il problema, ammesso che lo sia, è quello del medium. Si può prendere una storia, strapparla alla carta e metterla su pellicola? Una questione annosa. Il cliché vuole che nove volte su dieci il libro sia meglio del film. La cosa non stupisce, specie quando si tratta di storie che abbiano uno spessore. Prendete il capolavoro di Eco, Il nome della rosa. Il film non è niente male, ma veramente si può pensare di restituirne la complessità sullo schermo? Non ci si prova nemmeno. D’accordo, è un esempio limite, ma serve a rendere l’idea. E che dire del dubbio che attanaglia il potenziale lettore-spettatore: prima il libro o prima il film? Nel leggere Il nome della rosa non immaginavo Guglielmo da Baskerville ma Sean Connery, in persona, aggirarsi per l’abbazia (nello specifico mi è andata comunque bene). Si paga un prezzo in termini di immaginazione laddove si veda prima il film, è ovvio.
Non sono certo la prima persona la cui mente, posta di fronte alle odierne vicende, sia andata a ripescare un’immagine, un frammento, un’impressione lasciata da un romanzo di Roth. Quella dei più è andata a Il complotto contro l’America, romanzo in cui Roth delinea una storia alternativa a quella reale (un esempio di ucronia). Alle elezioni presidenziali del 1940 l’outsider Charles Lindbergh, il noto aviatore di idee antisemite, irrompe nella campagna elettorale, riesce a guadagnare la nomination repubblicana e a raggiungere la presidenza. Di lì tutta una serie di conseguenze sul piano delle alleanze internazionali, sul corso della Storia e soprattutto sul destino degli ebrei residenti negli Stati Uniti, rappresentati, in particolare, dal microcosmo della solita Newark. Qualcuno, a posteriori, vi ha letto un presagio, tracciando un parallelismo tra il Lindbergh del romanzo e il Trump dei nostri giorni, due outsiders pronti a rompere gli schemi e a cavalcare istanze populiste e xenofobe.