Sovrastruttura | Finite Jest

Conclusa la lettura di un lungo romanzo si rimane sempre un po’ spiazzati, sia che la trama si risolva in maniera compiuta, sia che essa rimanga in qualche modo sospesa. In generale si è colti da una sorta di malinconia, la sensazione che si prova di ritorno da un lungo viaggio. Non potrebbe essere altrimenti. La bellezza di un romanzo lungo sta nella profondità che esso regala al lettore, l’opportunità di entrare lentamente nell’universo creato dall’autore e di farlo proprio. Conclusa la lettura si esce da quell’universo, vi si lasciano volti, storie, luoghi divenuti ormai familiari.

Infinite Jest è certamente tra i romanzi ai quali si addicono queste considerazioni. Benché esista una trama, un nucleo narrativo che tiene insieme l’intera impalcatura, la storia si dipana – meglio sarebbe dire si confonde – in un groviglio di innumerevoli storie che rendono talvolta ardua la lettura, ma che conferiscono profondità alle vicende e ai personaggi che popolano il romanzo. Non una lettura facile, evidentemente, ma arrivati in fondo si ha la sensazione che ne sia valsa la pena.  Un romanzo lungo e contorto, diventato cult, uno spaccato della società americana, uno sguardo parossistico nelle pieghe dell’individualismo a stelle e strisce – paradigma antropologico ormai globale – portato alle estreme ancorché logiche conseguenze di un edonismo patologico, pervasivo e nichilista.

E’ il caso di dire che la lunghezza di un romanzo non gioca sempre a favore, anzi, il più delle volte è vero il contrario. Il rischio è che la trama manchi di coerenza, che la tensione narrativa si perda nei rivoli di oziose sotto-trame. D’altro canto non è detto che le storie debbano essere lunghe per lasciare il segno. Se è vero che Céline, Mann o Dostoevskij – per fare qualche nome – ci hanno regalato esempi di romanzi in cui il dilatarsi della trama è quasi una condizione necessaria affinché il lettore sia lentamente calato nella dimensione emotiva ed esistenziale del protagonista, è altrettanto vero che esistono esempi di romanzi non così lunghi ma non meno potenti nell’insinuarsi subdolamente nell’inconscio del lettore, come dimostrano alcune opere di Kafka.

La verità è che a sfidare il tempo sono i romanzi nei quali ben si riflettono gli spettri della condizione umana, quella storica e ancor più quella meta-storica. In quale delle due dimensioni abbia fatto breccia Wallace sarà proprio il tempo a dircelo.

Sovrastruttura | The Founder

provaDopo Birdman e Spotlight un’altra performance molto convincente di Michael Keaton. Gotham City è ormai un ricordo sbiadito e questo è sicuramente un bene per la carriera dell’attore, rimasto intrappolato a lungo nei panni del giustiziere formato pipistrello. The Founder è forse la sua migliore interpretazione recente: perseveranza, cinismo, spregiudicatezza, frustrazione, egocentrismo, lungimiranza, tutte queste declinazioni dell’ego imprenditoriale di Ray Kroc – fondatore della catena McDonald’s – si ritrovano nel volto, nelle movenze, negli occhi, nei monologhi di Michael Keaton. Il contorno è all’altezza, la storia è di quelle che rendono la sceneggiatura un mero esercizio di stile e così il film scorre via piacevolmente. Già, la storia: alle origini di un marchio globale c’è la visione di un uomo. Ma non si tratta di un’agiografia, non è la celebrazione del capitalismo americano, è una storia di cinismo, di opportunità, di ambizione, di tenacia, non buona o cattiva, ma semplicemente americana: un individuo e la sua visione. Non la celebrazione del capitalismo ma una degna rappresentazione dell’individualismo a stelle e strisce, con le sue luci e le sue ombre. Per noi europei è difficile comprenderne l’essenza, ma tant’è, la genesi e la storia degli Stati Uniti sono lì a spiegare la weltanschauung americana.

Tanto si potrebbe dire sull’imprenditorialità, oggetto di studi e ricerche vasti e talvolta illustri. Chi è l’imprenditore? Le risposte sono state diverse: colui che assume il rischio di un’attività imprenditoriale, l’individuo che scova e coglie un’opportunità di profitto, il soggetto che crea una nuova opportunità, per citare solo le più importanti concezioni elaborate in letteratura economica, legate a nomi illustri quali Frank Knight, Israel Kirzner e, last but not least, Joseph Schumpeter. Come detto gli studi in materia abbondano; volendone rintracciare il minimo comune denominatore, lo si potrebbe rinvenire nell’importanza via via attribuita alla figura dell’imprenditore, un tempo negletta, e nel rilievo riconosciuto alle condizioni ambientali, al contesto normativo, nel determinare, per così dire, il tasso di imprenditorialità riscontrabile in un determinato luogo e tempo. Studi interessanti ma difficili, ahimè, da condurre su un piano empirico e per ciò destinati a rimanere di relativa utilità. Ad ogni modo, che siate interessati o meno al filone di studi cui si è accennato, non esitate, andate a vedere il film. 

Sovrastruttura | La fabula e il medium

La curiosità prevalse sul pregiudizio e fu così che… andai a vedere Pastorale Americana (e che Roth tornò in Terza Pagina su IPM).

Le critiche negative in cui mi ero imbattuto prima della visione, e che ben si conciliavano col pregiudizio tipico del lettore, hanno reso un buon servizio, mi hanno, per così dire, preparato al peggio. Sarà per quello che la visione del film non mi ha lasciato poi così male. Sono uscito dalla sala con un’espressione abbastanza neutra… comme ci, comme ça! Di tanto in tanto, durante la proiezione, mi sono persino detto che le critiche sono state eccessive, ingenerose. Certo, la mia indulgenza – quella dello spettatore – viene meno di fronte a scelte che alterano il senso più profondo del libro. Se si considera che per buona parte del film la regia si appiattisce sul romanzo la cosa risulta anche più stridente agli occhi del lettore. Del resto si sa, il film risponde ad altre esigenze, la scena deve chiudersi, preferibilmente, con un coup de théâtre e così via. Si poteva fare meglio? Si. C’era il rischio di fare peggio? Decisamente.

camera-660090_640Il problema, ammesso che lo sia, è quello del medium. Si può prendere una storia, strapparla alla carta e metterla su pellicola? Una questione annosa. Il cliché vuole che nove volte su dieci il libro sia meglio del film. La cosa non stupisce, specie quando si tratta di storie che abbiano uno spessore. Prendete il capolavoro di  Eco, Il nome della rosa. Il film non è niente male, ma veramente si può pensare di restituirne la complessità sullo schermo? Non ci si prova nemmeno. D’accordo, è un esempio limite, ma serve a rendere l’idea. E che dire del dubbio che attanaglia il potenziale lettore-spettatore: prima il libro o prima il film? Nel leggere Il nome della rosa non immaginavo Guglielmo da Baskerville ma Sean Connery, in persona, aggirarsi per l’abbazia (nello specifico mi è andata comunque bene). Si paga un prezzo in termini di immaginazione laddove si veda prima il film, è ovvio.

Tornando all’opera di Roth, come restituire la sensazione di rottura dell’idillio se non vi si indugia abbastanza nella fase iniziale? D’altro canto non vi si può indugiare troppo, i tempi della pellicola sono altri. Come ridurre la prosa a sceneggiatura senza sminuirla? E’ pur vero che il cinema ha il potenziale per rendere giustizia a una storia, ha armi diverse ma non meno potenti; magari è necessaria più spregiudicatezza, in questo concordo con Wired, che cita l’esempio del regista Fincher, cimentatosi col Fight Club di Palahniuk, decisamente un buon esempio di come un film – quella volta su dieci – possa persino superare il libro.

Sovrastruttura | American phenomæniac

E il Nobel per la letteratura non va a… (suspense ma non troppa) Philip Roth.

Ogni anno attendiamo che il caro vecchio Roth riceva l’ambito riconoscimento e ogni anno ci interroghiamo sulla mancata assegnazione, dicendoci che in fondo tale circostanza non scalfisce il culto che ne hanno i lettori, semmai il contrario. Si tratti di un’idiosincrasia svedese verso gli scrittori americani, rei di provincialismo (stando a quanto espresso da un membro dell’Accademia qualche anno fa), o di un complotto giudaico ai danni dell’apostata (una tesi buona per tutte le stagioni), fatto sta che ancora una volta l’autore di Pastorale Americana non si è visto attribuire il premio. Quest’anno lo smacco è duplice: il nobel per la letteratura è andato sì a un americano, ma a un più noto rappresentante dell’universo a stelle e strisce, caro a un’altra musa, Bob Dylan. Trattasi di una scelta singolare, che ha visto l’immediata creazione di opposte fazioni: entusiasti e critici. Ebbene, da buon lettore di Roth, ebbro di cinismo, ritengo che una scrollata di spalle sia sufficiente.

Di estremo interesse, invece, sarebbe conoscere l’opinione di Roth sulla pièce che sta andando in scena sul suolo americano, dove la maschera berlusconiana, orgoglio made in Italy, ha preso i tratti di un omone biondo, dal ciuffo ribelle, un presunto self-made man in salsa newyorkese decisamente sopra le righe che potrebbe diventare il 45° presidente degli Stati Uniti.

uncle-sam-29972_640Non sono certo la prima persona la cui mente, posta di fronte alle odierne vicende, sia andata a ripescare un’immagine, un frammento, un’impressione lasciata da un romanzo di Roth. Quella dei più è andata a Il complotto contro l’America, romanzo in cui Roth delinea una storia alternativa a quella reale (un esempio di ucronia). Alle elezioni presidenziali del 1940 l’outsider Charles Lindbergh, il noto aviatore di idee antisemite, irrompe nella campagna elettorale, riesce a guadagnare la nomination repubblicana e a raggiungere la presidenza. Di lì tutta una serie di conseguenze sul piano delle alleanze internazionali, sul corso della Storia e soprattutto sul destino degli ebrei residenti negli Stati Uniti, rappresentati, in particolare, dal microcosmo della solita Newark. Qualcuno, a posteriori, vi ha letto un presagio, tracciando un parallelismo tra il Lindbergh del romanzo e il Trump dei nostri giorni, due outsiders pronti a rompere gli schemi e a cavalcare istanze populiste e xenofobe.

La mia mente è andata invece a La macchia umana, romanzo che personalmente ho preferito anche al più celebrato – per ragioni che mi sono comunque evidenti – Pastorale Americana. Il sipario si apre sull’estate del 1998, nella quale l’affaire Lewinsky domina la scena, l’estate in cui «[…] il pene di un presidente invase la mente di tutti e la vita, in tutta la sua invereconda sconcezza, ancora una volta disorientò l’America. […] l’estate di un’orgia colossale di bacchettoneria, un’orgia di purezza nella quale al terrorismo – che aveva rimpiazzato il comunismo come minaccia prevalente alla sicurezza del paese – subentrò, come dire, il pompinismo, e un maschio e giovanile presidente di mezza età e un’impiegata ventunenne impulsiva e innamorata […] ravvivarono la più antica passione collettiva americana, storicamente forse il suo piacere più sleale e sovversivo: l’estasi dell’ipocrisia»*. Ah, questo è Philip Roth! Capirete – se non lo aveste già fatto – perché ritenga che sarebbe di estremo interesse scambiare quattro chiacchiere con l’autore e avere una sua impressione sulla campagna elettorale americana. Quella stessa America, che per poco non ha destituito Clinton, è oggi a un passo dall’eleggere il milionario che si vanta di proporsi all’altro sesso afferrandone spavaldamente la vagina. Tra lui e la Casa Bianca solo un ostacolo: la moglie dell’allora “giovanile presidente” che con ferrea, cinica, spietata lungimiranza, perdonò il consorte e ne difese l’integrità: giacché il buon Bill era in buona fede quando affermò di non avere avuto rapporti sessuali con la stagista… egli derubricava l’accaduto al rango di un sub-rapporto, pompinismo direbbe il nostro mancato Nobel. Sembra la trama di un romanzo ma è tutto vero, è vita vera, come quella che sgorga dalle pagine di Roth, vera… o comunque verosimile, cruda, non bianca e nera ma grigia, per dirla parafrasando un altro grande mancato nobel, Graham Greene. Rileggiamo Roth e aspettiamo trepidanti il finale di stagione delle presidenziali americane.

*Roth, P. (2010). La macchia umana. Einaudi.

Sovrastruttura | Utopia

Primo appuntamento con la Terza Pagina de Il Post Moderno, sede di interventi non ascrivibili (stricto sensu) alle due macro-categorie cui è dedicato il blog. L’omaggio al Filosofo di Treviri, rinvenibile nel nome della rubrica, si deve all’impareggiabile vis critica che ha permeato parte della sua opera e che spinge l’autore de IPM a tenere il buon vecchio Karl nel proprio pantheon, nonostante la pluri-professata rinuncia a metanarrazioni di sorta e la deriva liberale che un sommo atto di autodenuncia rende nota hic et nunc.

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Questo primo appuntamento è dedicato a una serie tv britannica, andata in onda qualche anno fa: Utopia. E’ tornata alla mente di chi scrive per via di un articolo dell’Economist, nel quale si illustrano gli attuali filoni di ricerca scientifica che promettono di allungare l’aspettativa di vita degli esseri umani e di rallentarne il processo di invecchiamento. Lo stesso articolo si sofferma sui vantaggi che i singoli individui potrebbero trarre da simili avanzamenti e prefigura gli effetti indesiderabili che essi inevitabilmente produrrebbero sulla società. Problemi sociali ed economici già presenti verrebbero esacerbati da una mutata evoluzione demografica, sia qualitativa che quantitativa.

Sullo sfondo vi sono i temi della sovrappopolazione e della sostenibilità, sebbene l’articolo non li affronti specificamente. Chi abbia familiarità con queste problematiche sarà al corrente dello scenario comunemente preconizzato dai più pessimisti (o realisti che dir si voglia): un mondo sempre più lacerato dalla lotta per il controllo delle risorse, contrassegnato da sperequazioni sempre crescenti, fame, carestia, inquinamento, esclusione sociale e chi più ne ha più ne metta. Ebbene, e se qualcuno – in barba al libero arbitrio e in spregio alla vita di quanti si trovino a intralciare il suo operato – avesse escogitato un piano per scongiurare l’avvento di quello scenario così fosco, decidendo cosa è meglio per il pianeta e per il genere umano? Proprio così, qualcuno si è assunto quest’onere… almeno nella serie tv di cui si caldeggia la visione: Utopia.