Monte Paschi: se il banco non può saltare | prima parte

Il salvataggio è ormai sui binari. L’istituto bancario in attività più antico del mondo non può fallire, too old to fail verrebbe da dire, giocando con l’espressione inglese too big to fail, con la quale si usa indicare una condizione comune alle banche più grandi e rilevanti per il sistema economico-finanziario, il cui collasso avrebbe effetti deleteri e diffusi, tali da indurre le autorità a fare di tutto per scongiurarne l’eventualità.

1MPS non è una banca sistematicamente rilevante, non secondo i criteri stabiliti dalla Banca Centrale Europea, ma ciò non toglie che gli effetti di un suo fallimento sarebbero disastrosi. E’ pur sempre il terzo istituto di credito italiano e opera in un contesto di flebile ripresa. Ma qual è il problema del Monte Paschi? In estrema sintesi si potrebbe dire che la banca è sottocapitalizzata, ovvero che non dispone di un capitale sufficiente a garantirne l’operatività in condizioni di stress finanziario. Questa circostanza è emersa con chiarezza durante gli stress test promossi dalla Bce. Ricordiamo che la normativa sui requisiti di capitale è stata oggetto di ripetute revisioni e che in seguito alla crisi finanziaria è divenuta più stringente che mai. Per farla breve, a parità di volumi intermediati, le banche sono oggi tenute a detenere più capitale (e di migliore qualità) rispetto a quanto non fosse richiesto loro in passato.

Questa è la condizione attuale, ma le radici della crisi affondano negli ultimi 10-15 anni di gestione della banca. La vicenda più eclatante risale al 2007 e riguarda l’acquisizione di banca Antonveneta. Quest’ultima fu oggetto di un infausto passaggio di mani, tale a posteriori almeno per l’istituto senese. MPS acquisì Antonveneta da Banco Santander per 9 miliardi di euro, a breve distanza dall’acquisizione che a sua volta l’istituto di credito spagnolo aveva compiuto, nell’ambito di una più ampia operazione, dall’olandese ABN Amro; a destare perplessità il fatto che il valore di Antonveneta al primo passaggio di mani fosse di 6,6 miliardi di euro, decisamente inferiore ai 9 corrisposti da MPS. In realtà l’esborso fu ben superiore se si considerano gli oneri legati all’operazione e soprattutto i debiti che MPS venne contestualmente ad accollarsi; la cifra pare attestarsi sui 17 miliardi di euro. Si sia trattato di imperizia, eccessiva intraprendenza o di circostanze ancor meno nobili, rimane il fatto che l’operazione ha inciso pesantemente sul bilancio della banca.

Altre operazioni infelici sono state condotte sia prima che dopo l’acquisizione di Antonveneta; tra di esse spicca la sottoscrizione di alcuni contratti derivati, Santorini nel 2002 e Alexandria nel 2005, nonché alcune operazioni successive e correlate, sulle quali gravano pesanti ombre e che sono oggetto di inchieste non ancora concluse. L’ipotesi è che oltre alla spregiudicatezza e all’eccessiva assunzione di rischio, vi siano state condotte illecite, finalizzate all’occultamento delle perdite. Saranno i magistrati a chiarire i contorni della vicenda, a stabilire dove si sia trattato di dolo e dove di colpa. Quello che si può rilevare è che queste vicende sono accadute in una congiuntura nefasta, all’alba di una crisi finanziaria senza precedenti. Le scelte sbagliate effettuate poco prima dello scoppio della crisi hanno innescato una spirale perversa: i tentativi di ovviare a quelle scelte con nuove operazioni e investimenti, in un contesto finanziariamente sempre più turbolento, hanno incrinato ulteriormente la posizione di MPS. In coda alla crisi finanziaria è maturata quella dei debiti sovrani, che ha visto l’Italia scricchiolare sotto il peso del proprio debito, diventato tanto più insostenibile quanto più alto si faceva il costo del suo servizio (la ben nota questione sintetizzata dall’oscillazione dello spread). Questa circostanza non poteva essere più nefasta per le banche italiane, si figuri per una banca che versava già in gravi difficoltà.

2Detto questo, non è un caso che la gestione di MPS sia diventata più spregiudicata negli anni che preparavano la più grande crisi finanziaria di tutti i tempi. Vi sono almeno due elementi da tenere in considerazione. Il primo ha a che vedere col ciclo economico. In una fase di espansione, di crescita, gli attori che operano nei mercati sono portati ad assumere maggiori rischi, a cavalcare l’onda. Quando la parabola comincia il suo tratto discendente, le dinamiche si invertono e la situazione degenera tanto più rapidamente e pesantemente quanto più in alto si inscrive idealmente il vertice della parabola.

Il secondo elemento è decisivo per capire non solo parte dei guai di MPS ma anche l’evoluzione del sistema finanziario. L’innovazione non è di per sé buona o cattiva. Molti degli strumenti finanziari che popolano le cronache dei giornali e che vengono agitati come tanti vasi di pandora assolvono funzioni positive, non meramente speculative. Ciò non toglie che l’innovazione finanziaria abbia determinato un maggior grado di opacità: è diventato più difficile valutare i rischi legati a tanta parte di strumenti e operazioni. Questa circostanza, a sua volta, ha accresciuto esponenzialmente la possibilità che si verifichino due eventualità; la prima è che si giunga a un’errata valutazione di uno strumento o di un’operazione finanziaria per imperizia, la seconda è che se ne sfrutti la complessità per indurre deliberatamente una valutazione non conforme alla realtà, ovvero che si sfrutti l’opacità per rendere appetibili prodotti che di fatto non lo sono. Ebbene, pare che il caso MPS abbia visto, tra le altre cose, un utilizzo non propriamente virtuoso dei mezzi offerti dall’innovazione finanziaria.

Il quadro appena delineato dovrebbe chiarire l’essenza delle dinamiche occorse. E’ evidente che siamo di fronte a una vicenda molto complessa per cui si è preferito tenere la discussione su un livello abbastanza generale. Per la stessa ragione si è deciso di affrontare l’argomento poco per volta. Rimangono tante questioni da discutere: il sistema di governance del Monte, che ha influito sulle scelte compiute dai vertici della banca, l’intervento (meno invasivo di quello che si prospetta) posto in essere dallo Stato negli anni passati, il ruolo della normativa europea di recente adozione, che ha inciso sulla configurazione del salvataggio in corso, e ovviamente il salvataggio stesso ovvero l’intervento di questi giorni. Ai prossimi post e… non correte agli sportelli, il Monte non franerà.

Bail-in, bail-out, cada dia yo te quiero mas

I Gipsy Kings non c’entrano, sebbene l’informazione sulle nuove norme inerenti ai salvataggi bancari sia stata tale da lasciare nella mente del cittadino medio l’eco di una manciata di parole più o meno comprensibili – alla stregua di un motivetto pop – associata, al più, a un rinnovato senso di sfiducia verso banche, governi e burocrazia europea. La trama è la solita: i cittadini vestono i panni dei buoni, gli ignari risparmiatori oppressi e tiranneggiati dai banchieri, cattivi per eccellenza, forti di propaggini politico-istituzionali tali da fare invidia alle creature tentacolari di verniana memoria. I recenti stress test e il caso MPS hanno rinverdito il dibattito, per usare un’espressione generosa.

Pur essendo evidente che a diversi portatori di interesse (i famosi stakeholders ormai onnipresenti nelle arringhe degli pseudo-dibattenti) corrisponde una diversa capacità di incidere sui processi decisionali, da qui ad agitare l’ipotesi complottista, buona per tutte le stagioni, il passo è veramente lungo. Prima di sfoggiare l’armamentario del dietrologo, il cittadino medio, e soprattutto l’opinionista di turno, dovrebbe entrare nel merito della questione. Per farla breve, di cosa stiamo parlando?

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Bail-in si contrappone a bail-out, espressione con la quale si è tradizionalmente indicato il salvataggio di un’istituzione finanziaria. Tale salvataggio, laddove sia occorso, ha spesso visto l’esborso di risorse pubbliche, a fronte di esigenze di per sé legittime, dalla tutela del risparmio alla necessità di scongiurare il rischio sistemico o di interrompere il contagio tra istituzioni finanziarie. Se queste esigenze appaiono legittime, altrettanto lo sono le obiezioni che possono muoversi all’intervento pubblico in favore delle banche. Soccorrere, a vario titolo, una banca per salvaguardare i risparmiatori e scongiurare gli effetti finanziari, e in potenza economici, di un suo fallimento significa minare l’efficacia della cosiddetta disciplina di mercato. Un giocatore che non tema le perdite, in virtù di un’implicita garanzia fornita dal banco, punterà le proprie fiches con maggiore disinvoltura (si parla, in gergo, di azzardo morale); qualora il giocatore stia puntando per conto di un altro, la garanzia opera da disincentivo nei confronti di chi avrebbe interesse a monitorarne le mosse. Diversamente – e fuor di metafora – una banca per la quale il fallimento sia una prospettiva credibile (una minaccia sempre incombente), sarà incentivata a operare secondo linee di maggior prudenza (la qual cosa può derivare dal fatto che i gestori abbiano un interesse diretto o dalla circostanza che essi siano sottoposti a un più motivato controllo da parte degli interessati). Si aggiunga che ricorrendo al bail-out il costo dell’operazione ricade “equamente” su tutti i contribuenti e che si alimenta il circolo vizioso rischio bancario-rischio sovrano (aspetto di estrema rilevanza sul quale auspicabilmente si tornerà in discussioni successive). Queste considerazioni ci portano alle nuove norme approvate in sede europea tra il 2014 e il 2015 e in vigore dall’inizio dell’anno in corso, tra cui spicca la procedura di bail-in. Quest’ultima prevede che siano azionisti e creditori della banca in crisi a sostenere gli eventuali costi della sua risoluzione. La normativa è peraltro corredata da previsioni poste a tutela dei piccoli risparmiatori, parti “deboli” del rapporto contrattuale e con ciò meritevoli di una tutela più intensa. Si comprenderà, allora, come la nuova normativa non faccia che rispondere alle esigenze poste in luce poco sopra: favorire la disciplina di mercato ed evitare che i costi derivanti dal dissesto di una banca ricadano indebitamente su tutti i contribuenti.

Due puntualizzazioni si rendono necessarie.

Siamo in presenza, come accade sistematicamente, di un trade-off, una circostanza in cui, a fronte di due interessi, il beneficio dell’uno può darsi solo a detrimento dell’altro. Non si può escludere, dunque, che in circostanze eccezionali il bail-out possa rappresentare una scelta opportuna, se non inevitabile. Rimane il fatto che esso non dovrebbe assurgere a regola e che la nuova normativa vada salutata positivamente.

E’ bene, infine, che il velo di ironia usato in apertura non tragga in inganno il lettore. Il riferimento alla retorica buoni-cattivi, di cui al racconto mediatico, non preclude la possibilità  l’onere, se si vuole – di evidenziare le storture che possono effettivamente verificarsi nell’ambito del rapporto banca-cliente. Se, come pare sia accaduto in tempi recenti, l’obbligazione subordinata x, titolo di debito più rischioso di un’obbligazione standard, è stata spacciata alla vostra nonna per un investimento sicuro, o se, ancora, l’acquisto di quella stessa obbligazione vi è stato imposto come condizione per l’erogazione di un mutuo, ebbene, è ovvio che dobbiate essere risarciti, che si accertino le responsabilità e che i comportamenti fraudolenti siano stigmatizzati e sanzionati. E’ legittimo contestare la normativa, ancora meglio la sua mancata applicazione (nel contesto italiano, quasi sempre, è più un problema di enforcement che di mancanza di leggi), come lo è contestare l’operato degli organismi di vigilanza. E’ doveroso che tali storture vengano alla luce e che vi si ponga rimedio, l’importante è che esse non diventino il pretesto per far scadere il discorso e gettare ancora una volta in un unico calderone populista banche, governo e antichi astronauti.