La curiosità prevalse sul pregiudizio e fu così che… andai a vedere Pastorale Americana (e che Roth tornò in Terza Pagina su IPM).
Le critiche negative in cui mi ero imbattuto prima della visione, e che ben si conciliavano col pregiudizio tipico del lettore, hanno reso un buon servizio, mi hanno, per così dire, preparato al peggio. Sarà per quello che la visione del film non mi ha lasciato poi così male. Sono uscito dalla sala con un’espressione abbastanza neutra… comme ci, comme ça! Di tanto in tanto, durante la proiezione, mi sono persino detto che le critiche sono state eccessive, ingenerose. Certo, la mia indulgenza – quella dello spettatore – viene meno di fronte a scelte che alterano il senso più profondo del libro. Se si considera che per buona parte del film la regia si appiattisce sul romanzo la cosa risulta anche più stridente agli occhi del lettore. Del resto si sa, il film risponde ad altre esigenze, la scena deve chiudersi, preferibilmente, con un coup de théâtre e così via. Si poteva fare meglio? Si. C’era il rischio di fare peggio? Decisamente.
Il problema, ammesso che lo sia, è quello del medium. Si può prendere una storia, strapparla alla carta e metterla su pellicola? Una questione annosa. Il cliché vuole che nove volte su dieci il libro sia meglio del film. La cosa non stupisce, specie quando si tratta di storie che abbiano uno spessore. Prendete il capolavoro di Eco, Il nome della rosa. Il film non è niente male, ma veramente si può pensare di restituirne la complessità sullo schermo? Non ci si prova nemmeno. D’accordo, è un esempio limite, ma serve a rendere l’idea. E che dire del dubbio che attanaglia il potenziale lettore-spettatore: prima il libro o prima il film? Nel leggere Il nome della rosa non immaginavo Guglielmo da Baskerville ma Sean Connery, in persona, aggirarsi per l’abbazia (nello specifico mi è andata comunque bene). Si paga un prezzo in termini di immaginazione laddove si veda prima il film, è ovvio.
Tornando all’opera di Roth, come restituire la sensazione di rottura dell’idillio se non vi si indugia abbastanza nella fase iniziale? D’altro canto non vi si può indugiare troppo, i tempi della pellicola sono altri. Come ridurre la prosa a sceneggiatura senza sminuirla? E’ pur vero che il cinema ha il potenziale per rendere giustizia a una storia, ha armi diverse ma non meno potenti; magari è necessaria più spregiudicatezza, in questo concordo con Wired, che cita l’esempio del regista Fincher, cimentatosi col Fight Club di Palahniuk, decisamente un buon esempio di come un film – quella volta su dieci – possa persino superare il libro.

Non sono certo la prima persona la cui mente, posta di fronte alle odierne vicende, sia andata a ripescare un’immagine, un frammento, un’impressione lasciata da un romanzo di Roth. Quella dei più è andata a Il complotto contro l’America, romanzo in cui Roth delinea una storia alternativa a quella reale (un esempio di ucronia). Alle elezioni presidenziali del 1940 l’outsider Charles Lindbergh, il noto aviatore di idee antisemite, irrompe nella campagna elettorale, riesce a guadagnare la nomination repubblicana e a raggiungere la presidenza. Di lì tutta una serie di conseguenze sul piano delle alleanze internazionali, sul corso della Storia e soprattutto sul destino degli ebrei residenti negli Stati Uniti, rappresentati, in particolare, dal microcosmo della solita Newark. Qualcuno, a posteriori, vi ha letto un presagio, tracciando un parallelismo tra il Lindbergh del romanzo e il Trump dei nostri giorni, due outsiders pronti a rompere gli schemi e a cavalcare istanze populiste e xenofobe.