Chi controllerà i controllori? Un modo di dire che sarà certamente venuto in mente a chi, leggendo i giornali, si è imbattuto nell’ennesimo episodio di assenteismo registratosi nel pubblico impiego, un ospedale nella fattispecie. Tra i furbetti del cartellino – come amano definirli le cronache – questa volta si annoverano anche alcuni dipendenti dell’ufficio rilevazioni presenze e assenze. Questo aspetto è forse il più degno di nota, in una vicenda che colpisce, a una prima disamina, più per il metodo e l’organizzazione con cui i dipendenti coinvolti perpetravano le loro condotte.
La locuzione latina si deve a Giovenale (n. 55 d. C. – m. tra 135 e 140 d. C.) ed è lì a testimoniare la natura atavica del dilemma, precedente, pur in mancanza di una codifica sì elegante, al medesimo poeta latino. Si tratta di un problema che origina con l’uomo stesso e che si è manifestato, con tutta probabilità, fin da quando egli si è cimentato nella costruzione di un ordine sociale. Ciò non toglie che la questione si ponga oggi in misura accresciuta. La complessità degli apparati istituzionali odierni, la molteplicità di centri e livelli decisionali, la rapidità con cui codici e tecnologie applicate evolvono, sono tutti elementi che rendono la questione assai più insidiosa. E ciononostante l’essenza del problema rimane la stessa, oggi come nel I o II secolo: il mancato allineamento tra l’incentivo dell’agente e l’interesse del soggetto per cui l’azione viene posta in essere. Chi abbia studiato un minimo di economia, o abbia anche solo letto di economia – quella con la e maiuscola, che ha a che fare coi concetti prima che coi numeri – avrà avvertito l’eco del pensiero economico (ancora nella sua accezione alta) nell’ultimo enunciato. In effetti il problema di cui si discute trova non solo formalizzazione nell’ambito degli studi economici – si pensi al classico problema principal-agent, o agli studi sull’impresa di matrice istituzionalista – ma soprattutto la chiave, il paradigma, per comprenderne l’essenza. Mi spiego. Per quanto vituperato, almeno fuori dai confini della materia, il paradigma neoclassico rimane l’approssimazione teorica più convincente di cui disponiamo per condurre un qualsivoglia tipo di analisi socioeconomica. L’individualismo metodologico, in particolare, rappresenta, a mio avviso, la visione più aderente alla realtà cui si sia addivenuti. L’agire umano è agire individuale. I moventi sono moventi individuali. Il gruppo, la classe, la società, sono costruzioni successive, più o meno artificiose, ma comunque successive. Sono aggregati non entità uniche, primigenie. Attenzione, non si sta discutendo del dover essere, per dirla in termini filosofici, ma dell’essere (ci si prova quanto meno). Il limite di molte discussioni è la confusione, a volte voluta, tra questi due piani. Non si sta discutendo di cosa è bene – individualismo, collettivismo o quant’altro – si sta discutendo di come l’agire umano effettivamente sia, a quali logiche risponda. Dunque non confondiamo il piano descrittivo con quello normativo e torniamo al problema in esame. L’individuo agisce in base al proprio interesse – che può anche essere non economico, se con ciò intendiamo meramente pecuniario (in altro senso sarà comunque economico, ovvero scaturirà da una più o meno consapevole valutazione costi/benefici). Se questo è vero egli sarà sottoposto a un certo numero di incentivi, e qui veniamo a un altro termine del quale i digiuni di economia (e di sociologia) hanno una rappresentazione spesso fallace. Il termine è entrato nel lessico comune da quando il decisore pubblico ha cercato di introdurre – con imperizia e in un contesto ahimè refrattario – un quantum di meritocrazia, prevedendo sistemi di incentivi, rigorosamente destinati al fallimento, negli ambiti più disparati. Addentrarci nelle ragioni di questo fallimento ci porterebbe lontano per cui rimandiamo questa variazione sul tema a un altro momento. Dunque, gli incentivi non vanno pensati come qualcosa di particolare, di residuale, di circoscritto all’ambito lavorativo, ma vanno piuttosto collocati in una prospettiva più ampia. Essi pervadono le strutture sociali, vi sono intrinseci; rappresentano il quid che catalizza la nostra azione verso una certa direzione. Possono certamente essere economici, in senso stretto, ma possono anche non esserlo, si pensi al bisogno di ammirazione o di riconoscimento che spinge un individuo ad adottare un certo comportamento, o al contrario, alla riprovazione sociale che lo spinge ad astenersi da una certa condotta.
Chiarito questo fondamentale concetto, dovrebbe essere più chiaro cosa si intenda nel momento in cui si asserisce che l’incentivo dell’individuo agente deve allinearsi con quello dell’individuo o degli individui in funzione dei quali il primo compie l’azione medesima. Laddove questo manchi l’individuo perseguirà fini altri, più meritevoli per la sua soggettività, ma non altrettanto per gli individui dei quali viene accantonato l’interesse. Un pieno e perfetto allineamento è evidentemente inverosimile, tanto più inverosimile quanto più numerosi sono i soggetti coinvolti in questa relazione, tutti, ricordiamolo, con preferenze diverse, possibilmente ma non necessariamente coincidenti. Se cerchiamo di risolvere il problema e garantire l’allineamento tra l’operato di A e l’interesse di B, ricorrendo a C, ponendolo a controllo di A, il problema non scompare ma regredisce da A a C, semplicemente. Il nodo andrebbe risolto a monte, facendo il possibile perché quanto ci si aspetta da A, nell’interesse di B, risponda, almeno in certa misura, all’interesse dello stesso A.
Il ragionamento appena fatto – unitamente alle premesse metodologiche e concettuali avanzate in apertura – dovrebbe aiutarci a capire perché ci si debba porre in maniera diversa nei confronti della politica e di chi la pratica. La sfera politica è la sede per eccellenza del problema in esame. I politici, i partiti, le organizzazioni sindacali, i gruppi variamente denominati, sono soggetti, o aggregazioni di soggetti, che promuovono istanze particolari (meno che mai generali), gli interessi di quanti rappresentano. Ci sono almeno un paio di problemi in questa dinamica. Se i soggetti che prendono parte alla cosa pubblica – governanti e governati – sono gli stessi di cui si discuteva sopra, individui con preferenze e interessi irriducibili, non necessariamente convergenti, non si capisce come essi facciano a essere rappresentati, in così grandi numeri, da pochi gruppi – primo problema – e perché i soggetti che assumono l’onere di rappresentarli debbano essere immuni dalla logica che si applica fuori dalla sfera politica, dove ognuno persegue il proprio interesse, non quello di un altro. Visto che quella logica è inerente all’agire umano – almeno secondo la visione che abbiamo stabilito di accettare in apertura – vien da sé che:
1) la pretesa di essere veramente e fedelmente rappresentati da pochi partiti o gruppi (come li si voglia chiamare) è illusoria, a meno di non ridurre al minimo le istanze da delegare alla rappresentanza;
2) i rappresentanti, tanto più se assumono il rango di decisori, saranno inevitabilmente portati ad agire secondo i loro interessi, che possono coincidere con gli interessi del gruppo rappresentato ma che difficilmente sono perfettamente sovrapponibili e si esauriscono in quegli stessi interessi;
detto in altri termini, è inutile stupirsi di fronte agli scandali che investono i politici o rammaricarsi per la deriva della classe politica. Non c’è nessuna deriva. L’idea che i politici del passato fossero migliori origina da un lato da una sorta di fallacy (come si direbbe in termini di behavioural economics), una rappresentazione ingannevole, che ci porta a concepire il passato, immotivatamente, in termini maggiormente benevoli, dall’altro proviene dal convincimento, del tutto irrazionale, che le persone fossero diverse. Gli individui sono sempre gli stessi (a meno di ragionare in termini e tempi evoluzionistici); sono gli incentivi a cambiare e a determinare come, a fronte di una comune natura, si muovano in una certa direzione piuttosto che in un’altra; questo vale per il mercato come per la politica. Queste intuizioni sono alla base di una branca del sapere poco conosciuta – posta a metà strada tra l’economia e la scienza politica – alla quale ho già fatto riferimento in alcuni post precedenti: Public Choice Theory. Sarebbe veramente utile se questa disciplina conoscesse una diffusione più ampia. Il suo valore aggiunto, a mio giudizio, non risiede nella formalizzazione, pur rilevante, che essa opera dei fenomeni normalmente studiati dalla scienza politica, ma nell’applicazione del paradigma neoclassico alla sfera politica, là dove ogni individuo, ancora una volta, non agisce per il bene comune, ma per il proprio, quale esso sia.




Qualcuno starà già storcendo il naso, pensando che data la multiforme rilevanza della riforma non si possa appiattire la discussione su ragioni prettamente economiche o, ancora, che si trascuri il ruolo perequativo del decisore pubblico, laddove il discorso ruoti intorno alla sola crescita economica. Il punto è che non si vuole discutere di quanto sia giusto o sbagliato promuovere una riforma costituzionale per ragioni economiche, lascio ad altri questo compito ingrato; ancora più scivoloso è il terreno dell’equità delle scelte pubbliche, tema cui si lega un concetto tra i più controversi, in letteratura e non: la redistribuzione. Si noti che il tema è sì politico ma ancor prima economico: economico poiché la redistribuzione può minare la crescita, politico laddove il decisore pubblico debba garantire l’equità delle politiche (nonché una certa solidarietà tra le componenti della società) pregiudicando il meno possibile il sistema di incentivi che è alla base della crescita economica. Chi sia interessato alla questione non farà fatica a trovare fiumi di inchiostro nei quali immergersi; per quanto ci riguarda è sufficiente avere contezza del problema in premessa.
