Il referendum tenutosi recentemente in Turchia è solo l’ultimo esempio di un esercizio tanto democratico nella forma quanto dispotico nella sostanza. Non mi riferisco alle specificità del voto turco, e alla deriva autocratica nella quale la Turchia sta lentamente scivolando per opera di Erdogan, ma all’intrinseca e perversa natura del binomio referendum/maggioranza semplice, evidente anche in un’altra eclatante votazione referendaria, quella svoltasi in Gran Bretagna poco meno di un anno fa. Ora come allora, metà della popolazione (votante) ha assunto o avallato decisioni di eccezionale portata riguardanti il futuro di un’intera comunità, metà della quale contraria alle decisioni in oggetto.
Ai due casi menzionati si può utilmente aggiungere la consultazione elettorale svoltasi in Italia lo scorso dicembre, che ha visto naufragare la riforma costituzionale di stampo renziano. Se il 51 % dei votanti si fosse espresso per il si, ci ritroveremmo un diverso assetto istituzionale – migliore o peggiore che fosse – nonostante un voto contrario di metà della popolazione (votante). La costituzione italiana prevede questa possibilità, laddove una riforma costituzionale venga approvata da una maggioranza parlamentare inferiore ai due terzi degli aventi diritto. Come ebbi modo di scrivere, non si comprende come il voto referendario possa sopperire all’insufficiente legittimità di un voto parlamentare dal momento che replica su vasta scala lo stesso meccanismo: un voto a maggioranza non qualificata (non includendo per comodità in tale ultima espressione la maggioranza assoluta, che pure è richiesta dal passaggio parlamentare e che rende il referendum persino meno “legittimante” dell’iter che è chiamato a validare). Allora, in Italia come altrove, in cosa risiederebbe il valore aggiunto del referendum? Nella chiamata diretta alle urne?
La tirannia della maggioranza, per dirla con Tocqueville, è uno dei costi associati alla forma democratica; la maggioranza decide, per l’intera comunità e a dispetto di opinioni e istanze minoritarie. Il fatto che possa essere inevitabile non lo rende più giusto. Questa circostanza può divenire molto più deprecabile, intollerabile, quando per maggioranza si intenda una maggioranza semplice e quanto più rilevanti siano le questioni su cui si è chiamati a decidere. Quando si ammette che il 51 % dell’elettorato (votante) decida delle stesse regole che governano la comunità o di questioni cruciali per la vita della stessa – come è accaduto in Turchia e ancor prima in Gran Bretagna e come è previsto, in potenza, dal procedimento di revisione costituzionale italiano – il bilancio tra costi e benefici, implicito nel processo decisionale democratico, fatica a restare positivo.
