Dopo Birdman e Spotlight un’altra performance molto convincente di Michael Keaton. Gotham City è ormai un ricordo sbiadito e questo è sicuramente un bene per la carriera dell’attore, rimasto intrappolato a lungo nei panni del giustiziere formato pipistrello. The Founder è forse la sua migliore interpretazione recente: perseveranza, cinismo, spregiudicatezza, frustrazione, egocentrismo, lungimiranza, tutte queste declinazioni dell’ego imprenditoriale di Ray Kroc – fondatore della catena McDonald’s – si ritrovano nel volto, nelle movenze, negli occhi, nei monologhi di Michael Keaton. Il contorno è all’altezza, la storia è di quelle che rendono la sceneggiatura un mero esercizio di stile e così il film scorre via piacevolmente. Già, la storia: alle origini di un marchio globale c’è la visione di un uomo. Ma non si tratta di un’agiografia, non è la celebrazione del capitalismo americano, è una storia di cinismo, di opportunità, di ambizione, di tenacia, non buona o cattiva, ma semplicemente americana: un individuo e la sua visione. Non la celebrazione del capitalismo ma una degna rappresentazione dell’individualismo a stelle e strisce, con le sue luci e le sue ombre. Per noi europei è difficile comprenderne l’essenza, ma tant’è, la genesi e la storia degli Stati Uniti sono lì a spiegare la weltanschauung americana.
Tanto si potrebbe dire sull’imprenditorialità, oggetto di studi e ricerche vasti e talvolta illustri. Chi è l’imprenditore? Le risposte sono state diverse: colui che assume il rischio di un’attività imprenditoriale, l’individuo che scova e coglie un’opportunità di profitto, il soggetto che crea una nuova opportunità, per citare solo le più importanti concezioni elaborate in letteratura economica, legate a nomi illustri quali Frank Knight, Israel Kirzner e, last but not least, Joseph Schumpeter. Come detto gli studi in materia abbondano; volendone rintracciare il minimo comune denominatore, lo si potrebbe rinvenire nell’importanza via via attribuita alla figura dell’imprenditore, un tempo negletta, e nel rilievo riconosciuto alle condizioni ambientali, al contesto normativo, nel determinare, per così dire, il tasso di imprenditorialità riscontrabile in un determinato luogo e tempo. Studi interessanti ma difficili, ahimè, da condurre su un piano empirico e per ciò destinati a rimanere di relativa utilità. Ad ogni modo, che siate interessati o meno al filone di studi cui si è accennato, non esitate, andate a vedere il film.

Il problema, ammesso che lo sia, è quello del medium. Si può prendere una storia, strapparla alla carta e metterla su pellicola? Una questione annosa. Il cliché vuole che nove volte su dieci il libro sia meglio del film. La cosa non stupisce, specie quando si tratta di storie che abbiano uno spessore. Prendete il capolavoro di Eco, Il nome della rosa. Il film non è niente male, ma veramente si può pensare di restituirne la complessità sullo schermo? Non ci si prova nemmeno. D’accordo, è un esempio limite, ma serve a rendere l’idea. E che dire del dubbio che attanaglia il potenziale lettore-spettatore: prima il libro o prima il film? Nel leggere Il nome della rosa non immaginavo Guglielmo da Baskerville ma Sean Connery, in persona, aggirarsi per l’abbazia (nello specifico mi è andata comunque bene). Si paga un prezzo in termini di immaginazione laddove si veda prima il film, è ovvio.