A poco meno di un anno dalla morte di Umberto Eco, un altro illustre pensatore si congeda da questa vita: Zygmunt Bauman. La riflessione post-moderna perde un altro dei suoi più fini interpreti.

Ho parlato volutamente di “riflessione” guardandomi bene dall’attribuire lo status di post-moderno a una dottrina, a una corrente di pensiero o a qualsiasi altro significante che rimandi a un sistema, a qualcosa di compiuto, univoco.
Come scriveva Eco ne Le Postille al Nome della Rosa «malauguratamente “post-moderno” è un termine buono à tout faire», un termine ben lontano dal designare un pensiero univoco, sia per l’uso che se ne è fatto, sia per la sua intrinseca versatilità (di cui il primo, l’ab-uso, è probabilmente mera conseguenza). Un primo grosso equivoco può originare dall’utilizzo del termine laddove se ne trascuri la duplice valenza, storica e meta-storica, e non si chiarisca preliminarmente quale delle due si stia adottando. Eco è illuminante nel delineare i tratti del post-moderno come categoria meta-storica:
[…] Credo tuttavia che il post-moderno non sia una tendenza circoscrivibile cronologicamente, ma una categoria spirituale, o meglio un Kunstwollen, un modo di operare. Potremmo dire che ogni epoca ha il proprio post-moderno, così come ogni epoca avrebbe il proprio manierismo […] L’avanguardia storica […] cerca di regolare i conti con il passato […] L’avanguardia distrugge il passato, lo sfigura: le Demoiselles d’Avignon sono il gesto tipico dell’avanguardia; poi l’avanguardia va oltre, distrutta la figura l’annulla, arriva all’astratto, all’informale, alla tela bianca, alla tela lacerata, alla tela bruciata, in architettura sarà la condizione minima del curtain wall, l’edificio come stele, parallelepipedo puro, in letteratura la distruzione del flusso del discorso, sino al collage alla Bourroughs, sino al silenzio o alla pagina bianca, in musica sarà il passaggio dall’atonalità al rumore, al silenzio assoluto […] Ma arriva il momento che l’avanguardia (il moderno) non può più andare oltre, perché ha ormai prodotto un metalinguaggio che parla dei suoi impossibili testi (l’arte concettuale). La risposta post-moderna al moderno consiste nel riconoscere che il passato, visto che non può essere distrutto, perché la sua distruzione porta al silenzio, deve essere rivisitato: con ironia, in modo non innocente*.
Il fatto che Eco si concentri sulle arti per chiarire la valenza meta-storica della categoria in esame non deve trarci in inganno e farci pensare che essa vi debba rimanere relegata, non secondo la mia personale visione. Ebbene, ritengo che il ponte ideale tra quella categoria, meta-storica, e la concezione storica di post-moderno, si eriga laddove la risposta post-moderna alla saturazione del moderno investa non la pittura o la letteratura o la musica, ma la Storia stessa. Ora, è evidente che la Storia in quanto tale è un concetto troppo vasto, inafferrabile – che la si pensi come un divenire, come un eterno ritorno o secondo qualsivoglia altra concezione filosofica – per cui il postulato precedente mancherebbe di senso se trascurassi di sostanziarne i termini. La Storia che ha catalizzato la risposta post-moderna è quella convogliata, riassunta, culminata nelle metanarrazioni. Dalla «incredulità nei confronti delle metanarrazioni»†, per dirla con Jean-François Lyotard, nasce il postmoderno come categoria storica. Ed è proprio con Lyotard che tale categoria acquisisce pregnanza.
Tornando a Bauman, è evidente che il suo oggetto di indagine (non l’unico ma forse il più noto) è la post-modernità storicamente data, quella che per Lyotard si lega al tramonto delle metanarrazioni, quella che viene a colmarne il vuoto, parcelizzando e riassemblando vecchi contenuti, secondo una molteplicità di codici tale da equivalere all’assenza di codici. Ma se Lyotard pone l’accento sul problema della legittimazione del sapere, orfana delle metanarrazioni, affrontando la questione post-moderna in chiave quasi epistemologica, quanto meno ne La condizione postmoderna, Bauman, da buon marxista nostalgico – definizione di cui non posso vantare la paternità – concentra maggiormente la propria attenzione sugli aspetti stranianti e destabilizzanti della post-modernità come prodotto del capitalismo maturo, in una sorta di rinnovata, ennesima, critica dell’economia politica (sofisticata e in alcuni aspetti condivisibile). E’ così nascono i concetti di “modernità liquida”, di “società individualizzata”, di “homo consumens”. L’idea centrale in Bauman è che di fronte al venir meno dei punti di riferimento classici – sociali, istituzionali, culturali – l’individuo, in cerca di un’identità, si rifugi e si appiattisca nella dimensione di consumatore; ma il consumo dà una gratificazione effimera, transeunte, ed è così che esso deve essere reiterato indefinitamente. Questa logica finisce per pervadere tutta la sfera esistenziale dell’individuo e a caratterizzarne ogni esperienza, minando ogni possibilità di rifuggire dallo stato di precarietà e di inquietudine che sono la cifra della condizione post-moderna.
Spero che queste poche battute – per quanto deficitaria possa essere la mia interpretazione (e la resa) rispetto agli scritti del filosofo – rendano l’idea della grande attualità del pensiero di Bauman. Spero di aver destato il vostro interesse e vi invito a leggere direttamente l’autore.
Questa metariflessione – la riflessione sulla riflessione post-moderna – giunta per caso, in occasione della morte di Zygmunt Bauman e in onore della sua memoria, dovrebbe chiarire i dubbi di chi si sia interrogato sul titolo di questo spazio virtuale. Il Post Moderno prende atto della condizione attuale, delle sue problematiche, ma si propone anche di evidenziarne e sfruttarne le potenzialità. Siamo sì orfani di ideologie, certezze, steccati, ma siamo anche più liberi. Elaborato il lutto per le nostre illusioni e preso atto della complessità in cui le nostre vite si dipanano, possiamo abbracciare un sano scetticismo e farci guidare dalla ragione, all’insegna di un ritrovato spirito illuminista.
*Eco, U. (1984). Postille a” Il Nome della rosa” (Vol. 33). Bompiani.
†Lyotard, J. F. (1993). La condizione postmoderna: rapporto sul sapere. Feltrinelli Editore.