Arte, intelligenza artificiale e lavoro

Qualche giorno fa, per la prima volta, è stata battuta all’asta un’opera d’arte realizzata da un algoritmo. Si tratta di un dipinto, il ritratto di un presunto gentiluomo, non privo di una nota d’astrattismo, generato da una “macchina” cui è stato dato in pasto – come vuole il gergo ormai imperante – un data set di 15.000 ritratti dipinti tra il 14° e il 20° secolo. L’algoritmo, così come descritto dal collettivo cui si deve la paternità dell’opera (per interposta intelligenza artificiale), consta di due parti: l’una genera una nuova immagine sulla base del data set, l’altra cerca di scovare le differenze tra l’immagine così realizzata e un’immagine di fattura umana. Il risultato viene conseguito quando il ritratto generato dall’IA inganna la parte di algoritmo deputata a riconoscerne la vera genesi, passando per un’immagine reale*.

La notizia è rimbalzata sui giornali più per la rilevanza della cifra a cui è stato battuto il quadro, oltre 430.000 dollari, che per le conseguenze di cui è gravida. A ben guardare l’irruzione dell’intelligenza artificiale nel mondo dell’arte ci pone una serie di interrogativi, che muovono dall’annosa questione del significato dell’arte, come risulta subito evidente, ma che non vi rimangono circoscritti. Nel momento in cui gli autori esplicitano l’intenzione di mostrare che gli algoritmi sono capaci di emulare la creatività – una prerogativa in apparenza tipicamente umana – si insinua un’idea cara agli scrittori di science-fiction: il rischio che il confine ideale che separa l’uomo dalla macchina venga irrimediabilmente eroso. Se ci siamo abituati all’idea che molte attività, più o meno complesse ma pur sempre routinarie, si attaglino persino meglio alle capacità delle macchine, tendiamo a rifuggire dal pensiero che le espressioni di estro, creatività e spirito critico possano darsi al di fuori di un dominio tipicamente umano. A questo punto dovrebbe sorgere un’obiezione capace di sventare la minaccia paventata ai danni del nostro statuto ontologico. L’atto creativo, si potrebbe sostenere, non si manifesta nel processo dominato dall’algoritmo, ma nell’input fornito dall’uomo. In altre parole, si potrebbe ricondurre il ruolo della macchina a quello di un medium, facendone retrocedere il contributo, per quanto sofisticato, al rango (rassicurante) che le compete.  Così Ahmed Elgammal, direttore dell’Art and Artificial Intelligence Lab alla Rutgers University:

You could say that at this point it is a collaboration between two artists — one human, one a machine. And that leads me to think about the future in which AI will become a new medium for art.’

Lo stesso Elgammal è abbastanza risoluto nel ritenere che vi sia un confine probabilmente invalicabile per la macchina:

[…] algorithm is capable of producing indisputable works of art? Perhaps it can — if you define a work of art as an image produced by an intelligence with an aesthetic intent. But if you define art more broadly as an attempt to say something about the wider world, to express one’s own sensibilities and anxieties and feelings, then AI art must fall short, because no machine mind can have that urge — and perhaps never will. 

Le nostre ansie possono dunque essere placate? Questa urgenza di esprimersi attraverso l’arte discende da una consapevolezza (intesa in senso cartesiano) che per il momento attribuiamo solo all’uomo; l’urgenza di interrogarsi su di sé e sulla propria esistenza ci definisce e in questo ci rassicura sul nostro peculiare statuto ontologico. In verità, l’inquietudine di cui ci siamo sbarazzati poc’anzi, riportando la macchina al suo rango (subalterno), si fa nuovamente largo nel momento in cui, semplicemente, cambiamo visuale, smettiamo di interrogarci su quanto la macchina ci assomigli o possa assomigliarci e riflettiamo su quanto siamo noi ad assomigliarle. Un ulteriore stralcio dell’intervista a Elgammal chiarirà il punto. Commentando i risultati di altri sistemi di IA analoghi a quello che ha generato il ritratto – in particolare a quelli conseguiti da un sistema concepito per generare qualcosa di originale – Elgammal si interroga sull’evidente preponderanza di arte astratta. Sembra che l’algoritmo abbia afferrato la circostanza per la quale l’arte muove lungo una certa traiettoria e ne tragga le conseguenze, orientandosi verso l’astrattismo. Da qui la riflessione che ben coglie le ragioni di una rinnovata inquietudine:

This raises the intriguing notion that AI algorithms do not merely make pictures, they also tend to model the course of art history — as if art’s long progression from figuration to abstraction were part of a program that has been running in the collective unconscious for half a millennium, and the whole story of our visual culture were a mathematical inevitability.

L’esercizio di specchiarsi nell’intelligenza artificiale ci porta, in buona sostanza, a riflettere sulla matrice deterministica della nostra esistenza.

A questo punto ci si potrebbe forse lasciare con gli interrogativi che una simile riflessione reca inevitabilmente con sé. Eppure l’irruzione dell’IA nel mondo dell’arte, l’idea che essa possa ritagliarsi degli spazi nell’ambito di attività che ritenevamo appannaggio esclusivo dell’uomo, ci porta a riflettere su un altro tipo di minaccia intrinseca allo sviluppo di “macchine intelligenti”, una minaccia ben più prosaica: quella portata ai danni del lavoro.

L’impatto delle macchine sull’economia e sul mercato del lavoro è un fenomeno assai ampio e dibattuto; la loro introduzione ha giocato un ruolo fondamentale – nell’ambito di un insieme più ampio di variabili ricomprese sotto il cappello del progresso tecnologico – nel farci venir fuori da un’economia di tipo malthusiano, ma ha indotto ciclicamente delle trasformazioni tali da erodere, nel breve, occupazione e “occupabilità” della forza-lavoro. La vera domanda è se i più recenti sviluppi della tecnologia, segnatamente quelli legati all’IA, possano essere ricondotti nell’alveo di una dinamica già sperimentata, ciclica, oppure se quegli sviluppi rappresentino per qualche motivo una minaccia nuova e peculiare.

Sono un po’ le domande che si pongono Brynjolfsson e McAfee (2011) nel loro Race Against the Machine**. L’idea che le attuali tecnologie abbiano una maggiore portata distruttiva – rispetto al lavoro – si deve al fatto che le macchine si mostrano oggi capaci di una modalità di elaborazione dati – l’individuazione di modelli e regolarità – che sembrava peculiare dell’essere umano (si fa riferimento ai vari processi di machine learning, apprendimento automatico etc). Sul perché di questo improvviso balzo in avanti delle tecnologie Brynjolfsson e McAfee avanzano (o meglio sposano) l’idea per cui la progressione delle tecnologie legate a computer e ICT sia di tipo esponenziale e che ci saremmo mossi abbastanza sulla curva da apprezzarne finalmente la vera inclinazione.

Nell’illustrare le conseguenze di questa corsa contro le macchine, ormai in salita, gli autori evidenziano l’acuirsi di alcuni divari. Il ruolo sempre più centrale e pervasivo della tecnologia tenderebbe ad aprire la forbice tra lavoro qualificato e non, a tutto vantaggio del primo in termini di remunerazione, e tra lavoro e capitale, con quest’ultimo a ritagliarsi una fetta sempre più ampia della torta (a fronte di una diminuzione dell’importanza relativa del lavoro nel processo produttivo). Se si considera che la distribuzione del reddito non è neutrale rispetto alla stessa crescita economica (per tacere della sua redistribuzione) appare evidente come l’impatto della tecnologia sulla remunerazione dei fattori produttivi finisca per essere un problema economico, prima che politico.

Le inquietudini tratteggiate, le più aleatorie, affrontate in apertura e quelle più prosaiche, appena lambite, sottendono lo stesso interrogativo: riuscirà l’uomo a mantenere alcune delle sue prerogative? Possiamo forse aggrapparci all’idea vagheggiata sopra, che le macchine non saranno mai in grado di riflettere sulla propria condizione… ammesso che il post che state leggendo non sia opera di un algoritmo.

 

*Si tratta di una classe di algoritmi noti come Generative Adversarial Networks (GAN).

**Brynjolfsson, E., and McAfee, A. (2011). Race against the machine, Digital Frontier Press, Lexington, MA.

Sovrastruttura | Finite Jest

Conclusa la lettura di un lungo romanzo si rimane sempre un po’ spiazzati, sia che la trama si risolva in maniera compiuta, sia che essa rimanga in qualche modo sospesa. In generale si è colti da una sorta di malinconia, la sensazione che si prova di ritorno da un lungo viaggio. Non potrebbe essere altrimenti. La bellezza di un romanzo lungo sta nella profondità che esso regala al lettore, l’opportunità di entrare lentamente nell’universo creato dall’autore e di farlo proprio. Conclusa la lettura si esce da quell’universo, vi si lasciano volti, storie, luoghi divenuti ormai familiari.

Infinite Jest è certamente tra i romanzi ai quali si addicono queste considerazioni. Benché esista una trama, un nucleo narrativo che tiene insieme l’intera impalcatura, la storia si dipana – meglio sarebbe dire si confonde – in un groviglio di innumerevoli storie che rendono talvolta ardua la lettura, ma che conferiscono profondità alle vicende e ai personaggi che popolano il romanzo. Non una lettura facile, evidentemente, ma arrivati in fondo si ha la sensazione che ne sia valsa la pena.  Un romanzo lungo e contorto, diventato cult, uno spaccato della società americana, uno sguardo parossistico nelle pieghe dell’individualismo a stelle e strisce – paradigma antropologico ormai globale – portato alle estreme ancorché logiche conseguenze di un edonismo patologico, pervasivo e nichilista.

E’ il caso di dire che la lunghezza di un romanzo non gioca sempre a favore, anzi, il più delle volte è vero il contrario. Il rischio è che la trama manchi di coerenza, che la tensione narrativa si perda nei rivoli di oziose sotto-trame. D’altro canto non è detto che le storie debbano essere lunghe per lasciare il segno. Se è vero che Céline, Mann o Dostoevskij – per fare qualche nome – ci hanno regalato esempi di romanzi in cui il dilatarsi della trama è quasi una condizione necessaria affinché il lettore sia lentamente calato nella dimensione emotiva ed esistenziale del protagonista, è altrettanto vero che esistono esempi di romanzi non così lunghi ma non meno potenti nell’insinuarsi subdolamente nell’inconscio del lettore, come dimostrano alcune opere di Kafka.

La verità è che a sfidare il tempo sono i romanzi nei quali ben si riflettono gli spettri della condizione umana, quella storica e ancor più quella meta-storica. In quale delle due dimensioni abbia fatto breccia Wallace sarà proprio il tempo a dircelo.

La tirannia della maggioranza (semplice)

Il referendum tenutosi recentemente in Turchia è solo l’ultimo esempio di un esercizio tanto democratico nella forma quanto dispotico nella sostanza. Non mi riferisco alle specificità del voto turco, e alla deriva autocratica nella quale la Turchia sta lentamente scivolando per opera di Erdogan, ma all’intrinseca e perversa natura del binomio referendum/maggioranza semplice, evidente anche in un’altra eclatante votazione referendaria, quella svoltasi in Gran Bretagna poco meno di un anno fa. Ora come allora, metà della popolazione (votante) ha assunto o avallato decisioni di eccezionale portata riguardanti il futuro di un’intera comunità, metà della quale contraria alle decisioni in oggetto.

Ai due casi menzionati si può utilmente aggiungere la consultazione elettorale svoltasi in Italia lo scorso dicembre, che ha visto naufragare la riforma costituzionale di stampo renziano. Se il 51 % dei votanti si fosse espresso per il si, ci ritroveremmo un diverso assetto istituzionale – migliore o peggiore che fosse – nonostante un voto contrario di metà della popolazione (votante). La costituzione italiana prevede questa possibilità, laddove una riforma costituzionale venga approvata da una maggioranza parlamentare inferiore ai due terzi degli aventi diritto. Come ebbi modo di scrivere, non si comprende come il voto referendario possa sopperire all’insufficiente legittimità di un voto parlamentare dal momento che replica su vasta scala lo stesso meccanismo: un voto a maggioranza non qualificata (non includendo per comodità in tale ultima espressione la maggioranza assoluta, che pure è richiesta dal passaggio parlamentare e che rende il referendum persino meno “legittimante” dell’iter che è chiamato a validare). Allora, in Italia come altrove, in cosa risiederebbe il valore aggiunto del referendum?  Nella chiamata diretta alle urne?

La tirannia della maggioranza, per dirla con Tocqueville, è uno dei costi associati alla forma democratica; la maggioranza decide, per l’intera comunità e a dispetto di opinioni e istanze minoritarie. Il fatto che possa essere inevitabile non lo rende più giusto. Questa circostanza può divenire molto più deprecabile, intollerabile, quando per maggioranza si intenda una maggioranza semplice e quanto più rilevanti siano le questioni su cui si è chiamati a decidere. Quando si ammette che il 51 % dell’elettorato (votante) decida delle stesse regole che governano la comunità o di questioni cruciali per la vita della stessa – come è accaduto in Turchia e ancor prima in Gran Bretagna e come è previsto, in potenza, dal procedimento di revisione costituzionale italiano – il bilancio tra costi e benefici, implicito nel processo decisionale democratico, fatica a restare positivo.

Allons enfants de la patrie…

La retorica nazionalista ha trovato nuovo slancio da quando globalizzazione, crisi economica e sconvolgimenti geopolitici (segnatamente quelli occorsi nei paesi dell’Africa mediterranea e del vicino Oriente) hanno gettato pesanti ombre sul sentiero un tempo apparentemente soleggiato dello sviluppo socio-economico dei paesi occidentali, vecchia Europa in primis. 

E’ evidente che i problemi e le questioni che in varia misura concorrono a generare un senso di smarrimento, di sfiducia, negli elettorati europei sono non solo difficili da affrontare, ma persino da inquadrare, date le specificità e i rapporti sinergici.

I problemi che affliggono il mercato del lavoro, in Italia come in Francia, ad esempio, hanno radici profonde nel processo di globalizzazione, o meglio, nell’incapacità dei governi nazionali di adeguare le proprie politiche ai cambiamenti che andavano preparandosi sotto gli occhi delle classi dirigenti prima che la crisi finanziaria innescasse l’ultima recessione; quei problemi vengono esacerbati dalla presenza di flussi migratori, nella percezione comune se non nella sostanza. Non mi esprimo sul fatto che la presenza di manodopera a basso costo contribuisca o meno a erodere salari e diritti dei lavoratori; bisognerebbe affidarsi a studi empirici per capire se il fenomeno è effettivamente rilevante, e se i costi derivanti dall’offerta di lavoro straniera superano i benefici (legati, in special modo, al fatto che essa intercetta una domanda di lavoro altrimenti insoddisfatta). Bisogna aggiungere che questa problematica riguarda più la migrazione intra-europea che quella proveniente dalle sponde africane del mar Mediterraneo. La libera circolazione delle persone, caposaldo del progetto di integrazione europea, è oggetto di ripensamenti e di inquietudine, per le questioni appena accennate riguardanti il lavoro, e tanto più da quando il terrorismo ha assunto le forme di un fenomeno decentralizzato, difficilmente controllabile. Questo ci riporta al Maghreb, là dove, venuti meno gli uomini forti improvvisamente osteggiati dalle democrazie occidentali (quando questo è diventato politicamente, elettoralmente, più vantaggioso o ineludibile), i problemi delle società nordafricane hanno traghettato il Mediterraneo venendo a bussare alla porta di un’Europa già molto impegnata nel tenere in piedi la baracca comunitaria.

Già, che dire della crisi politica che ha attraversato l’Unione Europea in parallelo e in parte a causa di quella economica (dei debiti sovrani)? La gestione della crisi greca, in particolare, ha palesato i limiti del progetto europeo e della governance comunitaria, che diventa puntualmente inter-statale quando gli interessi in ballo si fanno seri; quei limiti attengono alla capacità ma forse e soprattutto alla volontà delle parti in causa.

E così, tra un Consiglio Europeo e l’altro, tra gli alti e i bassi della gestione della crisi greca e degli altri focolari di crisi legati ai paesi dell’Europa meridionale, capita che la Gran Bretagna indica un referendum – sulla scorta di una scommessa elettorale nefasta del premier Cameron – ed esca dall’Unione, o meglio, sancisca la volontà che a breve dovrà essere attuata dal governo May.

Torna quanto detto prima sui problemi legati all’immigrazione, il cui spauracchio è stato ampiamente agitato durante la campagna referendaria e che, unitamente alla volontà di sottrarsi all’egemonia normativa e regolamentare di stampo comunitario, ha fatto pendere l’ago della bilancia verso il “leave”. Vale il discorso fatto sopra: non è chiaro se i benefici derivanti dall’afflusso di cittadini non britannici siano/fossero superati dai costi, come vuole la retorica nazionalista. Come che sia, la scelta è stata fatta: i problemi si appuntano sul “come” uscire dall’Unione. Quest’ultima ha meno da perdere in termini economici, rispetto alla controparte britannica, ma molto in termini politici. Il precedente è stato fissato, l’effetto domino è lì ad agitare il sonno di gerarchie comunitarie ed europeisti. Dove ci porta questo ragionamento? L’avrete già intuito: alle elezioni francesi.

Se le elezioni olandesi, tenutesi ieri, hanno fatto segnare un punto al campo europeista, è presto per parlare di un’inversione di tendenza. Il vero banco di prova sarà l’elezione presidenziale francese. Marine Le Pen, la candidata del Front National, incarnazione delle istanze nazionaliste e anti-europeiste che si agitano oltralpe, veleggia, secondo i sondaggi, tranquillamente verso il secondo turno. A contenderle l’Eliseo vi sarebbe il candidato indipendente Macron, il favorito per l’approdo al secondo turno – con la leader del FN – e per la vittoria finale. Macron si presenta come un outsider (sebbene abbia rivestito il ruolo di ministro dell’Economia durante parte della presidenza Hollande) e riscuote consensi trasversali, complice la débacle della destra francese, legata alle lotte di potere intestine, e agli scandali che hanno minato la credibilità del candidato Fillon, e l’altrettanto non invidiabile situazione della sinistra socialista, che a fronte di un presidente tra i meno amati della storia e perciò non ricandidatosi per un secondo mandato, ha visto il prevalere della sua componente più estrema, nella persona di Hamon, e con ciò destinata a intercettare una parte dell’elettorato insufficiente a garantire ai socialisti di giocare per vincere. C’è chi ha ravvisato in queste vicende il ricorrere di un modello: la difficoltà dei partiti tradizionali di ritrovare slancio, di mietere consensi, e la contestuale ascesa di forze estreme e/o ammantate di “nuovo”. Ad ogni modo, ancora una volta, i problemi che inducono gli elettori, in questo caso i francesi, a ricercare interlocutori nuovi o a premiare gli interlocutori un tempo relegati ai margini dello spettro politico, sono quelli del lavoro, della sicurezza, dell’identità culturale (che riflette questioni concrete, legate alle libertà e alle prerogative del modello di civitas occidentale, di cui si avverte, a torto o a ragione, la minaccia).

In questo scenario, la retorica nazionalista ha un appeal evidente, non solo perché essa fa appello alla parte più emozionale della coscienza individuale, ma anche perché – è bene dirlo – la causa europeista, e più in generale internazionalista, è stata incarnata da partiti, forze, classi dirigenti incapaci di gestire le conseguenze della globalizzazione, di rilanciare efficacemente l’economia all’indomani della crisi finanziaria, di fornire risposte adeguate alle crescenti inquietudini dei cittadini.

La discussione potrebbe continuare a lungo. Le questioni che si stagliano davanti ai nostri occhi sono complesse e chiamano in causa fenomeni socio-economici di portata storica. Il problema è che a fronte di quella complessità prende largo la tentazione di proporre o sposare soluzioni drastiche, di stampo conservatore, backward looking, si direbbe con espressione inglese quanto mai efficace. Vedremo se i francesi tra aprile e maggio, nel segreto dell’urna, cederanno a quella tentazione, consegnando l’Eliseo al Front National e aggiungendo un tassello al mosaico che si è venuto a comporre con la Brexit e con l’elezione di Trump alla Casa Bianca – che in larga parte si iscrive nel solco delle dinamiche discusse – o se vi rifuggiranno. À bientôt!

Quis custodiet ipsos custodes?

animal-17474_640Chi controllerà i controllori? Un modo di dire che sarà certamente venuto in mente a chi, leggendo i giornali, si è imbattuto nell’ennesimo episodio di assenteismo registratosi nel pubblico impiego, un ospedale nella fattispecie. Tra i furbetti del cartellino – come amano definirli le cronache – questa volta si annoverano anche alcuni dipendenti dell’ufficio rilevazioni presenze e assenze. Questo aspetto è forse il più degno di nota, in una vicenda che colpisce, a una prima disamina, più per il metodo e l’organizzazione con cui i dipendenti coinvolti perpetravano le loro condotte.

La locuzione latina si deve a Giovenale (n. 55 d. C. – m. tra 135 e 140 d. C.) ed è lì a testimoniare la natura atavica del dilemma, precedente, pur in mancanza di una codifica sì elegante, al medesimo poeta latino. Si tratta di un problema che origina con l’uomo stesso e che si è manifestato, con tutta probabilità, fin da quando egli si è cimentato nella costruzione di un ordine sociale. Ciò non toglie che la questione si ponga oggi in misura accresciuta. La complessità degli apparati istituzionali odierni, la molteplicità di centri e livelli decisionali, la rapidità con cui codici e tecnologie applicate evolvono, sono tutti elementi che rendono la questione assai più insidiosa. E ciononostante l’essenza del problema rimane la stessa, oggi come nel I o II secolo: il mancato allineamento tra l’incentivo dell’agente e l’interesse del soggetto per cui l’azione viene posta in essere. Chi abbia studiato un minimo di economia, o abbia anche solo letto di economia – quella con la e maiuscola, che ha a che fare coi concetti prima che coi numeri – avrà avvertito l’eco del pensiero economico (ancora nella sua accezione alta) nell’ultimo enunciato. In effetti il problema di cui si discute trova non solo formalizzazione nell’ambito degli studi economici – si pensi al classico problema principal-agent, o agli studi sull’impresa di matrice istituzionalista – ma soprattutto la chiave, il paradigma, per comprenderne l’essenza. Mi spiego. Per quanto vituperato, almeno fuori dai confini della materia, il paradigma neoclassico rimane l’approssimazione teorica più convincente di cui disponiamo per condurre un qualsivoglia tipo di analisi socioeconomica. L’individualismo metodologico, in particolare, rappresenta, a mio avviso, la visione più aderente alla realtà cui si sia addivenuti. L’agire umano è agire individuale. I moventi sono moventi individuali. Il gruppo, la classe, la società, sono costruzioni successive, più o meno artificiose, ma comunque successive. Sono aggregati non entità uniche, primigenie. Attenzione, non si sta discutendo del dover essere, per dirla in termini filosofici, ma dell’essere (ci si prova quanto meno). Il limite di molte discussioni è la confusione, a volte voluta, tra questi due piani. Non si sta discutendo di cosa è bene – individualismo, collettivismo o quant’altro – si sta discutendo di come l’agire umano effettivamente sia, a quali logiche risponda. Dunque non confondiamo il piano descrittivo con quello normativo e torniamo al problema in esame. L’individuo agisce in base al proprio interesse – che può anche essere non economico, se con ciò intendiamo meramente pecuniario (in altro senso sarà comunque economico, ovvero scaturirà da una più o meno consapevole valutazione costi/benefici). Se questo è vero egli sarà sottoposto a un certo numero di incentivi, e qui veniamo a un altro termine del quale i digiuni di economia (e di sociologia) hanno una rappresentazione spesso fallace. Il termine è entrato nel lessico comune da quando il decisore pubblico ha cercato di introdurre – con imperizia e in un contesto ahimè refrattario – un quantum di meritocrazia, prevedendo sistemi di incentivi, rigorosamente destinati al fallimento, negli ambiti più disparati. Addentrarci nelle ragioni di questo fallimento ci porterebbe lontano per cui rimandiamo questa variazione sul tema a un altro momento. Dunque, gli incentivi non vanno pensati come qualcosa di particolare, di residuale, di circoscritto all’ambito lavorativo, ma vanno piuttosto collocati in una prospettiva più ampia. Essi pervadono le strutture sociali, vi sono intrinseci; rappresentano il quid che catalizza la nostra azione verso una certa direzione. Possono certamente essere economici, in senso stretto, ma possono anche non esserlo, si pensi al bisogno di ammirazione o di riconoscimento che spinge un individuo ad adottare un certo comportamento, o al contrario, alla riprovazione sociale che lo spinge ad astenersi da una certa condotta.

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Chiarito questo fondamentale concetto, dovrebbe essere più chiaro cosa si intenda nel momento in cui si asserisce che l’incentivo dell’individuo agente deve allinearsi con quello dell’individuo o degli individui in funzione dei quali il primo compie l’azione medesima. Laddove questo manchi l’individuo perseguirà fini altri, più meritevoli per la sua soggettività, ma non altrettanto per gli individui dei quali viene accantonato l’interesse. Un pieno e perfetto allineamento è evidentemente inverosimile, tanto più inverosimile quanto più numerosi sono i soggetti coinvolti in questa relazione, tutti, ricordiamolo, con preferenze diverse, possibilmente ma non necessariamente coincidenti. Se cerchiamo di risolvere il problema e garantire l’allineamento tra l’operato di A e l’interesse di B, ricorrendo a C, ponendolo a controllo di A, il problema non scompare ma regredisce da A a C, semplicemente. Il nodo andrebbe risolto a monte, facendo il possibile perché quanto ci si aspetta da A, nell’interesse di B, risponda, almeno in certa misura, all’interesse dello stesso A.

Il ragionamento appena fatto – unitamente alle premesse metodologiche e concettuali avanzate in apertura – dovrebbe aiutarci a capire perché ci si debba porre in maniera diversa nei confronti della politica e di chi la pratica. La sfera politica è la sede per eccellenza del problema in esame. I politici, i partiti, le organizzazioni sindacali, i gruppi variamente denominati, sono soggetti, o aggregazioni di soggetti, che promuovono istanze particolari (meno che mai generali), gli interessi di quanti rappresentano. Ci sono almeno un paio di problemi in questa dinamica. Se i soggetti che prendono parte alla cosa pubblica – governanti e governati – sono gli stessi di cui si discuteva sopra, individui con preferenze e interessi irriducibili, non necessariamente convergenti, non si capisce come essi facciano a essere rappresentati, in così grandi numeri, da pochi gruppi – primo problema – e perché i soggetti che assumono l’onere di rappresentarli debbano essere immuni dalla logica che si applica fuori dalla sfera politica, dove ognuno persegue il proprio interesse, non quello di un altro. Visto che quella logica è inerente all’agire umano – almeno secondo la visione che abbiamo stabilito di accettare in apertura – vien da sé che:

1) la pretesa di essere veramente e fedelmente rappresentati da pochi partiti o gruppi (come li si voglia chiamare) è illusoria, a meno di non ridurre al minimo le istanze da delegare alla rappresentanza;

2) i rappresentanti, tanto più se assumono il rango di decisori, saranno inevitabilmente portati ad agire secondo i loro interessi, che possono coincidere con gli interessi del gruppo rappresentato ma che difficilmente sono perfettamente sovrapponibili e si esauriscono in quegli stessi interessi;

detto in altri termini, è inutile stupirsi di fronte agli scandali che investono i politici o rammaricarsi per la deriva della classe politica. Non c’è nessuna deriva. L’idea che i politici del passato fossero migliori origina da un lato da una sorta di fallacy (come si direbbe in termini di behavioural economics), una rappresentazione ingannevole, che ci porta a concepire il passato, immotivatamente, in termini maggiormente benevoli, dall’altro proviene dal convincimento, del tutto irrazionale, che le persone fossero diverse. Gli individui sono sempre gli stessi (a meno di ragionare in termini e tempi evoluzionistici); sono gli incentivi a cambiare e a determinare come, a fronte di una comune natura, si muovano in una certa direzione piuttosto che in un’altra; questo vale per il mercato come per la politica. Queste intuizioni sono alla base di una branca del sapere poco conosciuta – posta a metà strada tra l’economia e la scienza politica – alla quale ho già fatto riferimento in alcuni post precedenti: Public Choice Theory. Sarebbe veramente utile se questa disciplina conoscesse una diffusione più ampia. Il suo valore aggiunto, a mio giudizio, non risiede nella formalizzazione, pur rilevante, che essa opera dei fenomeni normalmente studiati dalla scienza politica, ma nell’applicazione del paradigma neoclassico alla sfera politica, là dove ogni individuo, ancora una volta, non agisce per il bene comune, ma per il proprio, quale esso sia.

Sovrastruttura | The Founder

provaDopo Birdman e Spotlight un’altra performance molto convincente di Michael Keaton. Gotham City è ormai un ricordo sbiadito e questo è sicuramente un bene per la carriera dell’attore, rimasto intrappolato a lungo nei panni del giustiziere formato pipistrello. The Founder è forse la sua migliore interpretazione recente: perseveranza, cinismo, spregiudicatezza, frustrazione, egocentrismo, lungimiranza, tutte queste declinazioni dell’ego imprenditoriale di Ray Kroc – fondatore della catena McDonald’s – si ritrovano nel volto, nelle movenze, negli occhi, nei monologhi di Michael Keaton. Il contorno è all’altezza, la storia è di quelle che rendono la sceneggiatura un mero esercizio di stile e così il film scorre via piacevolmente. Già, la storia: alle origini di un marchio globale c’è la visione di un uomo. Ma non si tratta di un’agiografia, non è la celebrazione del capitalismo americano, è una storia di cinismo, di opportunità, di ambizione, di tenacia, non buona o cattiva, ma semplicemente americana: un individuo e la sua visione. Non la celebrazione del capitalismo ma una degna rappresentazione dell’individualismo a stelle e strisce, con le sue luci e le sue ombre. Per noi europei è difficile comprenderne l’essenza, ma tant’è, la genesi e la storia degli Stati Uniti sono lì a spiegare la weltanschauung americana.

Tanto si potrebbe dire sull’imprenditorialità, oggetto di studi e ricerche vasti e talvolta illustri. Chi è l’imprenditore? Le risposte sono state diverse: colui che assume il rischio di un’attività imprenditoriale, l’individuo che scova e coglie un’opportunità di profitto, il soggetto che crea una nuova opportunità, per citare solo le più importanti concezioni elaborate in letteratura economica, legate a nomi illustri quali Frank Knight, Israel Kirzner e, last but not least, Joseph Schumpeter. Come detto gli studi in materia abbondano; volendone rintracciare il minimo comune denominatore, lo si potrebbe rinvenire nell’importanza via via attribuita alla figura dell’imprenditore, un tempo negletta, e nel rilievo riconosciuto alle condizioni ambientali, al contesto normativo, nel determinare, per così dire, il tasso di imprenditorialità riscontrabile in un determinato luogo e tempo. Studi interessanti ma difficili, ahimè, da condurre su un piano empirico e per ciò destinati a rimanere di relativa utilità. Ad ogni modo, che siate interessati o meno al filone di studi cui si è accennato, non esitate, andate a vedere il film. 

Parole, parole, parole… soltanto parole?

donald-j-trump-1271634_640Le parole sono importanti… urlava Nanni Moretti in una memorabile scena di Palombella Rossa. Ebbene, questo è tanto più vero per i discorsi di insediamento dei presidenti americani. L’ultimo in ordine di tempo, quello pronunciato ieri dal neoeletto Donald Trump si è sicuramente ritagliato un posto nella storia, non per l’eloquenza o la profondità di pensiero che (non) vi sono implicite, ma per la sua inusuale ruvidezza.

Chi si aspettava toni concilianti, ecumenici, presidenziali, è rimasto deluso. Il 45° presidente degli Stati Uniti si è insediato ribadendo idee e slogan che hanno contraddistinto la campagna elettorale e che lo hanno portato alla Casa Bianca. Le idee sono quelle di un’America pronta a richiudersi nei propri confini, all’insegna del protezionismo e di una mutata azione geopolitica, appiattita sulle esigenze di un esasperato nazionalismo. Trump, in buona sostanza, si è rivolto a quella metà del paese che lo ha votato, non mostrando alcuna volontà di rimodulare la propria retorica in ragione della carica istituzionale che è venuto ad assumere. Gli slogan sono quelli che vedono il popolo contro l’establishment, plasticamente rappresentato dalle ex-coppie presidenziali e dagli altri politici e autorità presenti all’inaugurazione, molti dei quali ripresi dalle telecamere in sorrisi d’ordinanza, tirati, abbozzati su maschere altrimenti attonite. Il presidente miliardiario con il suo entourage di magnati e militari pronti a insediarsi nelle posizioni chiave del governo rappresenterebbero la riscossa del popolo sulle elites, ree di essersi arricchite sulla pelle del cittadino medio, bah.

Le idee e gli slogan cui ci ha ormai abituato Trump sono stati sciorinati con piglio quasi rancoroso e sono stati infarciti degli usuali riferimenti sacri, cari all’immaginario collettivo americano, in misura ridondante (tale persino per un discorso presidenziale, che di norma contiene quei riferimenti, a prescindere da chi sia il presidente di turno). Trump si atteggia a nuovo unto del Signore  – nel solco di Gesù e di Silvio Berlusconi – venuto a salvare il popolo americano dalle elites, dai migranti, dai terroristi e dalla globalizzazione. Parafrasando Brecht, verrebbe da dire: sventurata la terra che ha bisogno di messia!

Post Modern Mortem

A poco meno di un anno dalla morte di Umberto Eco, un altro illustre pensatore si congeda da questa vita: Zygmunt Bauman. La riflessione post-moderna perde un altro dei suoi più fini interpreti. 

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Ho parlato volutamente di “riflessione” guardandomi bene dall’attribuire lo status di post-moderno a una dottrina, a una corrente di pensiero o a qualsiasi altro significante che rimandi a un sistema, a qualcosa di compiuto, univoco.

Come scriveva Eco ne Le Postille al Nome della Rosa «malauguratamente “post-moderno” è un termine buono à tout faire», un termine ben lontano dal designare un pensiero univoco, sia per l’uso che se ne è fatto, sia per la sua intrinseca versatilità (di cui il primo, l’ab-uso, è probabilmente mera conseguenza). Un primo grosso equivoco può originare dall’utilizzo del termine laddove se ne trascuri la duplice valenza, storica e meta-storica, e non si chiarisca preliminarmente quale delle due si stia adottando. Eco è illuminante nel delineare i tratti del post-moderno come categoria meta-storica:

[…] Credo tuttavia che il post-moderno non sia una tendenza circoscrivibile cronologicamente, ma una categoria spirituale, o meglio un Kunstwollen, un modo di operare. Potremmo dire che ogni epoca ha il proprio post-moderno, così come ogni epoca avrebbe il proprio manierismo […] L’avanguardia storica […] cerca di regolare i conti con il passato […] L’avanguardia distrugge il passato, lo sfigura: le Demoiselles d’Avignon sono il gesto tipico dell’avanguardia; poi l’avanguardia va oltre, distrutta la figura l’annulla, arriva all’astratto, all’informale, alla tela bianca, alla tela lacerata, alla tela bruciata, in architettura sarà la condizione minima del curtain wall, l’edificio come stele, parallelepipedo puro, in letteratura la distruzione del flusso del discorso, sino al collage alla Bourroughs, sino al silenzio o alla pagina bianca, in musica sarà il passaggio dall’atonalità al rumore, al silenzio assoluto […] Ma arriva il momento che l’avanguardia (il moderno) non può più andare oltre, perché ha ormai prodotto un metalinguaggio che parla dei suoi impossibili testi (l’arte concettuale). La risposta post-moderna al moderno consiste nel riconoscere che il passato, visto che non può essere distrutto, perché la sua distruzione porta al silenzio, deve essere rivisitato: con ironia, in modo non innocente*.

Il fatto che Eco si concentri sulle arti per chiarire la valenza meta-storica della categoria in esame non deve trarci in inganno e farci pensare che essa vi debba rimanere relegata, non secondo la mia personale visione. Ebbene, ritengo che il ponte ideale tra quella categoria, meta-storica, e la concezione storica di post-moderno, si eriga laddove la risposta post-moderna alla saturazione del moderno investa non la pittura o la letteratura o la musica, ma la Storia stessa. Ora, è evidente che la Storia in quanto tale è un concetto troppo vasto, inafferrabile – che la si pensi come un divenire, come un eterno ritorno o secondo qualsivoglia altra concezione filosofica –  per cui il postulato precedente mancherebbe di senso se trascurassi di sostanziarne i termini. La Storia che ha catalizzato la risposta post-moderna è quella convogliata, riassunta, culminata nelle metanarrazioni. Dalla «incredulità nei confronti delle metanarrazioni»†, per dirla con Jean-François Lyotard, nasce il postmoderno come categoria storica. Ed è proprio con Lyotard che tale categoria acquisisce pregnanza.

Tornando a Bauman, è evidente che il suo oggetto di indagine (non l’unico ma forse il più noto) è la post-modernità storicamente data, quella che per Lyotard si lega al tramonto delle metanarrazioni, quella che viene a colmarne il vuoto, parcelizzando e riassemblando vecchi contenuti, secondo una molteplicità di codici tale da equivalere all’assenza di codici. Ma se Lyotard pone l’accento sul problema della legittimazione del sapere, orfana delle metanarrazioni, affrontando la questione post-moderna in chiave quasi epistemologica, quanto meno ne La condizione postmoderna, Bauman, da buon marxista nostalgico – definizione di cui non posso vantare la paternità – concentra maggiormente la propria attenzione sugli aspetti stranianti e destabilizzanti della post-modernità come prodotto del capitalismo maturo, in una sorta di rinnovata, ennesima, critica dell’economia politica (sofisticata e in alcuni aspetti condivisibile). E’ così nascono i concetti di “modernità liquida”, di “società individualizzata”, di “homo consumens”. L’idea centrale in Bauman è che di fronte al venir meno dei punti di riferimento classici – sociali, istituzionali, culturali – l’individuo, in cerca di un’identità, si rifugi e si appiattisca nella dimensione di consumatore; ma il consumo dà una gratificazione effimera, transeunte, ed è così che esso deve essere reiterato indefinitamente. Questa logica finisce per pervadere tutta la sfera esistenziale dell’individuo e a caratterizzarne ogni esperienza, minando ogni possibilità di rifuggire dallo stato di precarietà e di inquietudine che sono la cifra della condizione post-moderna.

Spero che queste poche battute – per quanto deficitaria possa essere la mia interpretazione (e la resa) rispetto agli scritti del filosofo – rendano l’idea della grande attualità del pensiero di Bauman. Spero di aver destato il vostro interesse e vi invito a leggere direttamente l’autore.

Questa metariflessione – la riflessione sulla riflessione post-moderna – giunta per caso, in occasione della morte di Zygmunt Bauman e in onore della sua memoria, dovrebbe chiarire i dubbi di chi si sia interrogato sul titolo di questo spazio virtuale. Il Post Moderno prende atto della condizione attuale, delle sue problematiche, ma si propone anche di evidenziarne e sfruttarne le potenzialità. Siamo sì orfani di ideologie, certezze, steccati, ma siamo anche più liberi. Elaborato il lutto per le nostre illusioni e preso atto della complessità in cui le nostre vite si dipanano, possiamo abbracciare un sano scetticismo e farci guidare dalla ragione, all’insegna di un ritrovato spirito illuminista.

*Eco, U. (1984). Postille a” Il Nome della rosa” (Vol. 33). Bompiani.

Lyotard, J. F. (1993). La condizione postmoderna: rapporto sul sapere. Feltrinelli Editore.

Nella fine è il principio

staircase-600468_640L’anno di grazia 2016 sta per andare in archivio. Benché ogni anno del calendario gregoriano sia convenzionalmente tale -di grazia – occorre uno sforzo di immaginazione per capire di cosa essere grati per i 365 giorni trascorsi.

E’ stato un anno di cambiamenti, buoni o cattivi sarà il tempo a stabilirlo. La Brexit, l’elezione di Donald Trump, i rovesci della guerra in Siria e altri significativi avvenimenti hanno occupato le pagine dei giornali. Grandi cambiamenti anche nel nostro orticello: un’estenuante campagna referendaria culminata nella bocciatura della riforma costituzionale e nell’avvicendamento tra Renzi e Gentiloni… ho detto grandi cambiamenti? Scusate, le libagioni delle feste hanno lasciato il segno.

Tra gli accadimenti del 2016 come dimenticare poi la nascita di questo spazio virtuale, Il Post Moderno! L’operazione nata su queste pagine è in controtendenza rispetto ai canoni che informano tanta parte di contenitori e contenuti web ai tempi della modernità liquida; questa scelta è foriera di difficoltà ma anche di soddisfazioni, legate al vivo interesse e all’acume mostrati da alcuni lettori nel restituire i loro feedback. Un ringraziamento particolare a loro e un più generale ringraziamento a tutti i lettori. Il 2017 vedrà l’arrivo di appuntamenti non meno importanti di quelli passati, l’insediamento di Trump, le elezioni francesi, quelle tedesche e chissà, magari anche quelle italiane. Tanto da discutere e approfondire, qui, come sempre, con piglio razionale e senza preconcetti. Al nuovo anno dunque, con l’augurio che possa rispondere alle vostre migliori aspettative.

Monte Paschi: se il banco non può saltare | prima parte

Il salvataggio è ormai sui binari. L’istituto bancario in attività più antico del mondo non può fallire, too old to fail verrebbe da dire, giocando con l’espressione inglese too big to fail, con la quale si usa indicare una condizione comune alle banche più grandi e rilevanti per il sistema economico-finanziario, il cui collasso avrebbe effetti deleteri e diffusi, tali da indurre le autorità a fare di tutto per scongiurarne l’eventualità.

1MPS non è una banca sistematicamente rilevante, non secondo i criteri stabiliti dalla Banca Centrale Europea, ma ciò non toglie che gli effetti di un suo fallimento sarebbero disastrosi. E’ pur sempre il terzo istituto di credito italiano e opera in un contesto di flebile ripresa. Ma qual è il problema del Monte Paschi? In estrema sintesi si potrebbe dire che la banca è sottocapitalizzata, ovvero che non dispone di un capitale sufficiente a garantirne l’operatività in condizioni di stress finanziario. Questa circostanza è emersa con chiarezza durante gli stress test promossi dalla Bce. Ricordiamo che la normativa sui requisiti di capitale è stata oggetto di ripetute revisioni e che in seguito alla crisi finanziaria è divenuta più stringente che mai. Per farla breve, a parità di volumi intermediati, le banche sono oggi tenute a detenere più capitale (e di migliore qualità) rispetto a quanto non fosse richiesto loro in passato.

Questa è la condizione attuale, ma le radici della crisi affondano negli ultimi 10-15 anni di gestione della banca. La vicenda più eclatante risale al 2007 e riguarda l’acquisizione di banca Antonveneta. Quest’ultima fu oggetto di un infausto passaggio di mani, tale a posteriori almeno per l’istituto senese. MPS acquisì Antonveneta da Banco Santander per 9 miliardi di euro, a breve distanza dall’acquisizione che a sua volta l’istituto di credito spagnolo aveva compiuto, nell’ambito di una più ampia operazione, dall’olandese ABN Amro; a destare perplessità il fatto che il valore di Antonveneta al primo passaggio di mani fosse di 6,6 miliardi di euro, decisamente inferiore ai 9 corrisposti da MPS. In realtà l’esborso fu ben superiore se si considerano gli oneri legati all’operazione e soprattutto i debiti che MPS venne contestualmente ad accollarsi; la cifra pare attestarsi sui 17 miliardi di euro. Si sia trattato di imperizia, eccessiva intraprendenza o di circostanze ancor meno nobili, rimane il fatto che l’operazione ha inciso pesantemente sul bilancio della banca.

Altre operazioni infelici sono state condotte sia prima che dopo l’acquisizione di Antonveneta; tra di esse spicca la sottoscrizione di alcuni contratti derivati, Santorini nel 2002 e Alexandria nel 2005, nonché alcune operazioni successive e correlate, sulle quali gravano pesanti ombre e che sono oggetto di inchieste non ancora concluse. L’ipotesi è che oltre alla spregiudicatezza e all’eccessiva assunzione di rischio, vi siano state condotte illecite, finalizzate all’occultamento delle perdite. Saranno i magistrati a chiarire i contorni della vicenda, a stabilire dove si sia trattato di dolo e dove di colpa. Quello che si può rilevare è che queste vicende sono accadute in una congiuntura nefasta, all’alba di una crisi finanziaria senza precedenti. Le scelte sbagliate effettuate poco prima dello scoppio della crisi hanno innescato una spirale perversa: i tentativi di ovviare a quelle scelte con nuove operazioni e investimenti, in un contesto finanziariamente sempre più turbolento, hanno incrinato ulteriormente la posizione di MPS. In coda alla crisi finanziaria è maturata quella dei debiti sovrani, che ha visto l’Italia scricchiolare sotto il peso del proprio debito, diventato tanto più insostenibile quanto più alto si faceva il costo del suo servizio (la ben nota questione sintetizzata dall’oscillazione dello spread). Questa circostanza non poteva essere più nefasta per le banche italiane, si figuri per una banca che versava già in gravi difficoltà.

2Detto questo, non è un caso che la gestione di MPS sia diventata più spregiudicata negli anni che preparavano la più grande crisi finanziaria di tutti i tempi. Vi sono almeno due elementi da tenere in considerazione. Il primo ha a che vedere col ciclo economico. In una fase di espansione, di crescita, gli attori che operano nei mercati sono portati ad assumere maggiori rischi, a cavalcare l’onda. Quando la parabola comincia il suo tratto discendente, le dinamiche si invertono e la situazione degenera tanto più rapidamente e pesantemente quanto più in alto si inscrive idealmente il vertice della parabola.

Il secondo elemento è decisivo per capire non solo parte dei guai di MPS ma anche l’evoluzione del sistema finanziario. L’innovazione non è di per sé buona o cattiva. Molti degli strumenti finanziari che popolano le cronache dei giornali e che vengono agitati come tanti vasi di pandora assolvono funzioni positive, non meramente speculative. Ciò non toglie che l’innovazione finanziaria abbia determinato un maggior grado di opacità: è diventato più difficile valutare i rischi legati a tanta parte di strumenti e operazioni. Questa circostanza, a sua volta, ha accresciuto esponenzialmente la possibilità che si verifichino due eventualità; la prima è che si giunga a un’errata valutazione di uno strumento o di un’operazione finanziaria per imperizia, la seconda è che se ne sfrutti la complessità per indurre deliberatamente una valutazione non conforme alla realtà, ovvero che si sfrutti l’opacità per rendere appetibili prodotti che di fatto non lo sono. Ebbene, pare che il caso MPS abbia visto, tra le altre cose, un utilizzo non propriamente virtuoso dei mezzi offerti dall’innovazione finanziaria.

Il quadro appena delineato dovrebbe chiarire l’essenza delle dinamiche occorse. E’ evidente che siamo di fronte a una vicenda molto complessa per cui si è preferito tenere la discussione su un livello abbastanza generale. Per la stessa ragione si è deciso di affrontare l’argomento poco per volta. Rimangono tante questioni da discutere: il sistema di governance del Monte, che ha influito sulle scelte compiute dai vertici della banca, l’intervento (meno invasivo di quello che si prospetta) posto in essere dallo Stato negli anni passati, il ruolo della normativa europea di recente adozione, che ha inciso sulla configurazione del salvataggio in corso, e ovviamente il salvataggio stesso ovvero l’intervento di questi giorni. Ai prossimi post e… non correte agli sportelli, il Monte non franerà.