Allons enfants de la patrie…

La retorica nazionalista ha trovato nuovo slancio da quando globalizzazione, crisi economica e sconvolgimenti geopolitici (segnatamente quelli occorsi nei paesi dell’Africa mediterranea e del vicino Oriente) hanno gettato pesanti ombre sul sentiero un tempo apparentemente soleggiato dello sviluppo socio-economico dei paesi occidentali, vecchia Europa in primis. 

E’ evidente che i problemi e le questioni che in varia misura concorrono a generare un senso di smarrimento, di sfiducia, negli elettorati europei sono non solo difficili da affrontare, ma persino da inquadrare, date le specificità e i rapporti sinergici.

I problemi che affliggono il mercato del lavoro, in Italia come in Francia, ad esempio, hanno radici profonde nel processo di globalizzazione, o meglio, nell’incapacità dei governi nazionali di adeguare le proprie politiche ai cambiamenti che andavano preparandosi sotto gli occhi delle classi dirigenti prima che la crisi finanziaria innescasse l’ultima recessione; quei problemi vengono esacerbati dalla presenza di flussi migratori, nella percezione comune se non nella sostanza. Non mi esprimo sul fatto che la presenza di manodopera a basso costo contribuisca o meno a erodere salari e diritti dei lavoratori; bisognerebbe affidarsi a studi empirici per capire se il fenomeno è effettivamente rilevante, e se i costi derivanti dall’offerta di lavoro straniera superano i benefici (legati, in special modo, al fatto che essa intercetta una domanda di lavoro altrimenti insoddisfatta). Bisogna aggiungere che questa problematica riguarda più la migrazione intra-europea che quella proveniente dalle sponde africane del mar Mediterraneo. La libera circolazione delle persone, caposaldo del progetto di integrazione europea, è oggetto di ripensamenti e di inquietudine, per le questioni appena accennate riguardanti il lavoro, e tanto più da quando il terrorismo ha assunto le forme di un fenomeno decentralizzato, difficilmente controllabile. Questo ci riporta al Maghreb, là dove, venuti meno gli uomini forti improvvisamente osteggiati dalle democrazie occidentali (quando questo è diventato politicamente, elettoralmente, più vantaggioso o ineludibile), i problemi delle società nordafricane hanno traghettato il Mediterraneo venendo a bussare alla porta di un’Europa già molto impegnata nel tenere in piedi la baracca comunitaria.

Già, che dire della crisi politica che ha attraversato l’Unione Europea in parallelo e in parte a causa di quella economica (dei debiti sovrani)? La gestione della crisi greca, in particolare, ha palesato i limiti del progetto europeo e della governance comunitaria, che diventa puntualmente inter-statale quando gli interessi in ballo si fanno seri; quei limiti attengono alla capacità ma forse e soprattutto alla volontà delle parti in causa.

E così, tra un Consiglio Europeo e l’altro, tra gli alti e i bassi della gestione della crisi greca e degli altri focolari di crisi legati ai paesi dell’Europa meridionale, capita che la Gran Bretagna indica un referendum – sulla scorta di una scommessa elettorale nefasta del premier Cameron – ed esca dall’Unione, o meglio, sancisca la volontà che a breve dovrà essere attuata dal governo May.

Torna quanto detto prima sui problemi legati all’immigrazione, il cui spauracchio è stato ampiamente agitato durante la campagna referendaria e che, unitamente alla volontà di sottrarsi all’egemonia normativa e regolamentare di stampo comunitario, ha fatto pendere l’ago della bilancia verso il “leave”. Vale il discorso fatto sopra: non è chiaro se i benefici derivanti dall’afflusso di cittadini non britannici siano/fossero superati dai costi, come vuole la retorica nazionalista. Come che sia, la scelta è stata fatta: i problemi si appuntano sul “come” uscire dall’Unione. Quest’ultima ha meno da perdere in termini economici, rispetto alla controparte britannica, ma molto in termini politici. Il precedente è stato fissato, l’effetto domino è lì ad agitare il sonno di gerarchie comunitarie ed europeisti. Dove ci porta questo ragionamento? L’avrete già intuito: alle elezioni francesi.

Se le elezioni olandesi, tenutesi ieri, hanno fatto segnare un punto al campo europeista, è presto per parlare di un’inversione di tendenza. Il vero banco di prova sarà l’elezione presidenziale francese. Marine Le Pen, la candidata del Front National, incarnazione delle istanze nazionaliste e anti-europeiste che si agitano oltralpe, veleggia, secondo i sondaggi, tranquillamente verso il secondo turno. A contenderle l’Eliseo vi sarebbe il candidato indipendente Macron, il favorito per l’approdo al secondo turno – con la leader del FN – e per la vittoria finale. Macron si presenta come un outsider (sebbene abbia rivestito il ruolo di ministro dell’Economia durante parte della presidenza Hollande) e riscuote consensi trasversali, complice la débacle della destra francese, legata alle lotte di potere intestine, e agli scandali che hanno minato la credibilità del candidato Fillon, e l’altrettanto non invidiabile situazione della sinistra socialista, che a fronte di un presidente tra i meno amati della storia e perciò non ricandidatosi per un secondo mandato, ha visto il prevalere della sua componente più estrema, nella persona di Hamon, e con ciò destinata a intercettare una parte dell’elettorato insufficiente a garantire ai socialisti di giocare per vincere. C’è chi ha ravvisato in queste vicende il ricorrere di un modello: la difficoltà dei partiti tradizionali di ritrovare slancio, di mietere consensi, e la contestuale ascesa di forze estreme e/o ammantate di “nuovo”. Ad ogni modo, ancora una volta, i problemi che inducono gli elettori, in questo caso i francesi, a ricercare interlocutori nuovi o a premiare gli interlocutori un tempo relegati ai margini dello spettro politico, sono quelli del lavoro, della sicurezza, dell’identità culturale (che riflette questioni concrete, legate alle libertà e alle prerogative del modello di civitas occidentale, di cui si avverte, a torto o a ragione, la minaccia).

In questo scenario, la retorica nazionalista ha un appeal evidente, non solo perché essa fa appello alla parte più emozionale della coscienza individuale, ma anche perché – è bene dirlo – la causa europeista, e più in generale internazionalista, è stata incarnata da partiti, forze, classi dirigenti incapaci di gestire le conseguenze della globalizzazione, di rilanciare efficacemente l’economia all’indomani della crisi finanziaria, di fornire risposte adeguate alle crescenti inquietudini dei cittadini.

La discussione potrebbe continuare a lungo. Le questioni che si stagliano davanti ai nostri occhi sono complesse e chiamano in causa fenomeni socio-economici di portata storica. Il problema è che a fronte di quella complessità prende largo la tentazione di proporre o sposare soluzioni drastiche, di stampo conservatore, backward looking, si direbbe con espressione inglese quanto mai efficace. Vedremo se i francesi tra aprile e maggio, nel segreto dell’urna, cederanno a quella tentazione, consegnando l’Eliseo al Front National e aggiungendo un tassello al mosaico che si è venuto a comporre con la Brexit e con l’elezione di Trump alla Casa Bianca – che in larga parte si iscrive nel solco delle dinamiche discusse – o se vi rifuggiranno. À bientôt!

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