Blitzkrise

backup-153008_640C’era una volta la blitzkrieg, la guerra-lampo, di fattura tedesca. Noi italiani, che non abbiamo mai eccelso in fatto di strategia militare, ci accontentiamo di lasciare ai posteri un’altra categoria: la crisi-lampo.

Il passaggio di consegne tra Renzi e Gentiloni avviene in tempi inaspettatamente rapidi e con modalità che sembrano smentire le ipotesi fatte alla vigilia. Non un governo che si occupi di approvare una legge elettorale e far fronte a qualche contingenza, ma un governo che possa addirittura giungere sino alla naturale scadenza della legislatura. I ministri sono per buona parte quelli del precedente governo. Un Renzi bis senza Renzi. Vogliate perdonare la scarsa originalità ma non vi è definizione più calzante. Il voto? Rimandato.

Le critiche che piovono dalle opposizioni sono talvolta pretestuose e quasi sempre mal poste, ma questo non significa che non vi siano ragioni per contestare la bontà dell’operazione in atto. Ancora una volta si tratta di una procedura legittima, come lo fu a suo tempo la designazione di Renzi e il contestuale passaggio di consegne tra “il fu sereno Letta” e il novello ex premier. Molti di coloro che si sono spesi per la difesa della Costituzione Italiana non hanno solo trascurato di leggere la riforma ma probabilmente anche il testo vigente, per cui è normale che continuino a ignorare i meccanismi che presiedono alla formazione del governo. Ciò non toglie che vi sia una questione di opportunità. E’ ragionevole il fatto che si voglia disporre di un governo nella pienezza dei suoi poteri, ed evitare quella fase interlocutoria che precede lo svolgimento di elezioni anticipate, in una situazione di emergenza; è più difficile accettare l’idea che questo stato di emergenza si protragga indefinitamente e che giustifichi un accantonamento sistematico di un’opzione, quella del ritorno alle urne.

Sebbene il Governo Gentiloni sia legittimo, come lo era il governo al quale è subentrato, la percezione comune – artatamente alimentata da molte forze di opposizione – che vi sia qualcosa di deprecabile nella formazione di governi senza un previo ritorno alle urne, nuoce alla costruzione di una sana dialettica politica (e poco importa, ai fini di quella percezione, che la prassi invalsa da tempo nella conduzione delle campagne elettorali di adottare formule da premierato non trovi riscontro nel dettato costituzionale e che rappresenti una palese forzatura). Cambiare la percezione comune è ai limiti del possibile, se non in tempi lunghi, per cui non rimane che togliere il pretesto sul quale surrettiziamente si incardina.

Vi è chi ritiene, infine, che pur di scongiurare l’ascesa di forze politiche populiste, anti-sistema, ci si debba tenere lontani dalle urne. Ebbene, questa strategia presenta due problemi. Il primo è che essa cozza contro l’essenza delle istituzioni democratiche, per cui non si può limitare la contendibilità del potere in maniera discrezionale; l’altro problema è che questa strategia potrebbe rivelarsi controproducente, finendo per irrobustire le ragioni – giuste o sbagliate – delle forze politiche che si vorrebbero escludere.

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Una nota finale sul merito, per la quale non servono puntualizzazioni e precisazioni di sorta. Se il referendum, come pare ormai evidente, si è trasformato in un voto contro il governo perché si dovrebbe riproporre lo stesso governo cambiato di nome? Ai posteri…

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