The trump(et)s resound

Chi abbia una pur vaga conoscenza del Libro della Rivelazione avrà colto l’ironia. Non credo nei presagi ma il clima che si respira è quello di un’imminente apocalisse, stando alle analisi e ai commenti che sono seguiti all’elezione di Donald Trump.

donald-j-trump-1271634_640Il 9 novembre la terra ha continuato a girare, questo è pacifico; rimane il dubbio che il suo moto abbia preso un’altra direzione. I toni esasperati della campagna elettorale americana hanno indotto tanta parte del pubblico di analisti a trascurare gli aspetti meno folkloristici del fenomeno Trump, riconducibili alle tensioni che accomunano i fondamentali economici e politici di tutte le democrazie occidentali. Quegli stessi aspetti, se analizzati con maggiore attenzione, avrebbero mitigato la sorpresa con la quale è stato accolto il risultato dell’elezione. Le analisi fornite ex post sono – come sempre – molto più convincenti delle speculazioni (come definirle altrimenti) fatte ex ante. Vediamo di operarne una sintesi.

Negli Stati Uniti come altrove i costi della globalizzazione sono ricaduti in maniera diseguale se non addirittura iniqua sulla popolazione. E’ probabile, come sostengono ancora molti economisti, che i benefici della globalizzazione continuino, in aggregato, ad eccederne i costi; tuttavia l’iniquità con la quale questi ultimi vengono ripartiti sui diversi segmenti della società, unita al fatto che molti dei benefici vengono ormai dati per scontati, fa sì che una parte sempre più consistente dell’elettorato vada in cerca di proposte politiche altre. Negli Stati Uniti l’alternativa ha assunto le sembianze del magnate newyorkese, e poco importa che egli abbia spazzato via il politicamente corretto, per dirla con un eufemismo; tutela del lavoro e del reddito attraverso politiche protezionistiche, questi i propositi che hanno fatto breccia nell’elettorato.

La spinta al ripiegamento viene anche dalla pressione dei flussi migratori, foriera di problemi ancora una volta economici, oltreché sociali. Di fronte a quella pressione (sia oggi più intensa nei fatti o solo nella percezione) il candidato Trump ha promesso maggior controllo dei flussi: un’altra freccetta andata a segno. Che dire poi del caos geopolitico che ha seguito la fine della storia (per dirla con Fukuyama)? Dopo i tentativi di multilateralismo targati Clinton e Obama e la parentesi di rinnovato interventismo di marca Bush jr (che tanti danni ha fatto) il presidente eletto è deciso a riportare in scena un classico del repertorio USA: l’isolazionismo. Laddove i fatti seguissero alle parole, si aprirebbero parecchie incognite: Medio Oriente, Est Europa, Mediterraneo. Un disimpegno statunitense metterebbe l’Unione Europea nella condizione di dover decidere cosa fare da grande… per qualcuno questo potrebbe persino rivelarsi un bene. Al Cremlino, nel frattempo, ci si frega le mani, nel constatare lo scenario che si staglia all’orizzonte: un’America meno presente e un’Europa ripiegata su se stessa, impegnata nello sforzo di non implodere. Questo scenario ben si concilia con la rinnovata politica di potenza russa. E’ improbabile che l’elettore medio americano si sia interrogato su questioni di geopolitica, gli è bastato sentirsi dire: occupiamoci dei problemi di casa nostra e di quelli che vi esulano solo nella misura in cui incidano sui nostri interessi… bingo!

donald-trump-1332922_640Torniamo all’Europa. L’elezione di Trump è stata letta in continuità con la Brexit e con l’ascesa dei movimenti populistici nazionali. E’ una lettura condivisibile? Sebbene ogni fenomeno vada valutato nel suo contesto e occorra tener conto delle specificità che lo contraddistinguono, non si può fare a meno di riscontrare un minimo comune denominatore. Sono gli effetti indesiderabili della globalizzazione e dell’attuale modello economico – emersi con prepotenza all’indomani della crisi finanziaria – ad avere innescato le pulsioni elettorali che covavano sotto le ceneri della rappresentanza politica tradizionale.

L’elezione di Trump ci fornisce dunque una lente per decifrare le tendenze all’opera nelle nostre democrazie, poiché essa ne rappresenta, ad oggi, il culmine. Va da sé che quella stessa lente può aiutarci a mettere a fuoco le possibilità che si aprono all’interno dei nostri e di altri confini nazionali. In Francia come in Italia i partiti non allineati su posizioni tradizionali guadagnano terreno, e poco importa che essi abbiano una vera alternativa da proporre, fin quando non saranno chiamati a governare potranno godere della posizione di vantaggio che offre il ruolo di mera opposizione. Quello che è cambiato con l’elezione di Trump – e in qualche misura anche con la Brexit – è che i partiti in questione non sembrano più necessariamente destinati al ruolo di antagonisti. Non a caso quegli stessi partiti hanno celebrato la vittoria del candidato repubblicano, incarnazione delle mutate dinamiche elettorali che potrebbero sancire la loro chance di smettere i panni dell’opposizione e puntare dritti al governo.

L’eco dell’elezione americana è destinata a risuonare a lungo.

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