Tassi d’interesse, banche centrali, politica espansiva… potrei continuare a lungo nell’elencare termini che riecheggiano qua e là nei notiziari e che rimbalzano sugli ascoltatori senza che essi acquisiscano reale consapevolezza dei fenomeni sottesi.
Per i macro-economisti è una cosa seria, per gli economisti più intransigenti (quelli che… l’economia è solo micro-) la politica monetaria ha poco di economia e molto di politica. Per tutti gli altri si presenta come una sorta di materia oscura: c’è, svolge un qualche ruolo, ma rimane impalpabile.
Come che sia, dobbiamo conviverci. Capirne di più renderebbe il nostro giudizio più autonomo dalle interpretazioni che i novelli presbiteri – i media – danno per noi. Dunque, ancora una volta, sfuggiamo alla tentazione di tornare allo stato di minorità dal quale un celebre filosofo – dimostratosi probabilmente troppo ottimista – riteneva fossimo usciti un paio di secoli fa. Vediamo di capirne di più.
Sentiamo parlare di politica monetaria più spesso di quanto non accadesse in passato, nelle più ovvie circostanze come in quelle meno scontate. Se ne discute a proposito della crisi finanziaria che ha innescato l’ultima epocale recessione o della crisi dei debiti sovrani; viene tirata in ballo nelle discussioni che riguardano i rapporti di forza tra gli Stati Membri dell’Unione Europea come tra questi e le istituzioni comunitarie; vi si fa riferimento anche quando si ragiona di questioni interne ai confini nazionali, specie in negativo, quando si discute della libertà di manovra economica che residua in capo ai governi nazionali.
Ebbene, nonostante molte delle discussioni dietro cui aleggia lo spettro della politica monetaria manchino dello spessore necessario a garantire lo sviluppo di argomentazioni realmente pertinenti, bisogna riconoscere come essa abbia un’effettiva rilevanza in tutte le questioni menzionate.
Preso atto di questa rilevanza trasversale, non ci si può astenere dal segnalare una questione che più di altre monopolizza l’attenzione degli addetti ai lavori e che non sarà sfuggita agli osservatori più attenti: la perdurante stazionarietà dei tassi di interesse a livelli storicamente bassi. Spendiamo immediatamente qualche parola in più sul fenomeno. Se è vero che in parte sia da ascrivere a una tendenza di lungo periodo, figlia di squilibri macroeconomici (per dirla in parole semplici un portato della dinamica risparmi/investimenti operante a livello globale, tale per cui un eccesso di offerta spinge in basso il costo del denaro) è altrettanto vero che l’operato delle più importanti banche centrali seguito alla crisi finanziaria ha acuito quella stessa tendenza, esasperandola. Alcune di quelle banche si sono addirittura avventurate in territorio negativo (fissando tassi di riferimento al di sotto dello zero), nel tentativo di reindirizzare la liquidità verso le attività produttive. Per il momento questo tentativo non sembra essere stato coronato da successo, circostanza che alimenta le perplessità degli osservatori e che irrobustisce le argomentazioni di chi ritiene che le banche centrali, dopo anni passati in prima linea dal fatidico 2008, si trovino con le armi spuntate.
Ricapitoliamo. Tra i vari problemi connessi all’attuale livello dei tassi di interesse ve ne sono due che spiccano per rilevanza. Da un lato si staglia la vera o presunta incapacità delle banche centrali di continuare a operare per favorire la ripresa economica. Dall’altro, vi è l’impatto che un regime di tassi di interesse così bassi ha sul valore delle attività, con tutto ciò che comporta. Pensiamo agli schemi pensionistici. Un sistema contributivo – nella sua essenza – prevede che si metta da parte oggi un certo ammontare, lo si investa e se ne godano i frutti domani. Tanto più alto è il ritorno sull’investimento tanto più alto sarà il flusso monetario di cui si potrà godere in futuro. Il discorso vale anche al contrario. Tassi di interesse bassi rendono meno sostenibile l’impegno a garantire pensioni dignitose (per tacere delle dinamiche demografiche che muovono nella stessa direzione).
E’ evidente che la discussione non può esaurirsi in un solo post. Si è voluto introdurre l’argomento, offrendo un assaggio di un dibattito tanto ampio quanto ricco di sfumature. Nei prossimi interventi vedremo di affrontare singolarmente alcune delle questioni menzionate, soffermandoci, se necessario, su eventuali questioni preliminari utili a una migliore comprensione dei fenomeni trattati.
Nel frattempo vi invito a leggere un articolo apparso nel penultimo numero dell’Economist, nel quale si illustra in maniera chiara e puntuale la questione dei tassi di interesse alla quale si è accennato sopra, a conferma della sua estrema attualità.

